Quando il narcisismo supera se stesso e i potenti si sottomettono ai potenti

Esiste un confine oltre il quale il potere smette di rispettare le regole e pretende che siano le regole ad adattarsi ai desideri di chi lo esercita. È il punto in cui il narcisismo politico supera se stesso e si trasforma nella convinzione che ogni istituzione debba piegarsi alla volontà del leader. È una dinamica che non riguarda soltanto il linguaggio o la propaganda. Riguarda il rapporto stesso tra il potere e le regole del gioco. Ciò che è accaduto in occasione dei Mondiali di calcio offre una rappresentazione efficace di questo meccanismo. Donald Trump avrebbe chiesto al presidente della FIFA, Gianni Infantino, di revocare la squalifica inflitta a un calciatore statunitense. Se questa ricostruzione corrisponde ai fatti, il problema non è soltanto l’interferenza nella giustizia sportiva. Ancora più significativa sarebbe stata la rapidità con cui la richiesta sarebbe stata accolta, come se l’autonomia delle istituzioni sportive fosse subordinata ai rapporti personali con il leader politico di turno. Il punto non è stabilire se un presidente abbia il diritto di interessarsi alla sorte di un atleta del proprio Paese. Ogni capo di Stato può manifestare vicinanza alla propria nazionale. Il problema nasce quando l’interesse si trasforma in pressione e la pressione diventa un ordine implicito. In quel momento viene meno il principio dell’imparzialità e prevale la logica della fedeltà personale. Non conta più la norma ma chi telefona. Non conta più il regolamento ma chi occupa il vertice del potere. È un fenomeno che non riguarda soltanto la politica americana. Sempre più spesso le grandi organizzazioni internazionali, comprese quelle sportive, mostrano una crescente disponibilità a compiacere i governi più influenti. L’indipendenza istituzionale, che dovrebbe essere il fondamento della loro credibilità, rischia di trasformarsi in una formula di circostanza. La vicinanza ai potenti diventa una risorsa, mentre l’autonomia viene sacrificata sull’altare della convenienza. Eppure la realtà conserva una forza che nessun leader può controllare fino in fondo. Il campo da gioco resta uno dei pochi luoghi nei quali il potere incontra ancora un limite concreto. Le pressioni possono modificare una decisione amministrativa, non il risultato di una partita. E infatti il Belgio ha eliminato gli Stati Uniti con un netto 4-1, dimostrando che nessuna influenza politica può sostituire il merito sportivo. Il risultato assume così un valore che va oltre il calcio. Ricorda che esistono ambiti nei quali il consenso non si costruisce con il prestigio personale, le relazioni o il peso istituzionale, ma con la qualità della prestazione. Per quanto il potere possa tentare di orientare gli eventi, resta sempre uno spazio nel quale sono i fatti a prevalere sulla volontà dei protagonisti. Il narcisismo politico produce spesso l’illusione dell’onnipotenza. Convince chi governa che il proprio ruolo autorizzi a intervenire ovunque e su qualunque decisione. Ma produce anche un effetto speculare, forse ancora più preoccupante: induce chi guida istituzioni formalmente autonome a comportarsi come se il compiacimento del potente fosse un dovere anziché una scelta. È qui che il problema assume una dimensione sistemica. Non è soltanto il leader a oltrepassare il limite. Sono le istituzioni che rinunciano spontaneamente a difendere la propria autonomia. Il rapporto tra Trump e Infantino, al di là del singolo episodio, ripropone dunque una questione più ampia. Quando il prestigio personale sostituisce le procedure e la deferenza prende il posto dell’indipendenza, il rischio è che il potere si trasformi in una rete di reciproche convenienze nella quale ciascuno rafforza l’altro. I potenti si sottomettono ai potenti, mentre le regole arretrano. È una dinamica che impoverisce la politica, indebolisce le istituzioni e finisce per compromettere anche la credibilità dello sport. Per fortuna, almeno sul terreno di gioco, il pallone continua a ricordare che esiste ancora qualcosa che non può essere comandato per decreto.
Andrea Viscardi

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