Procedura d’infrazione e intesa…

Mancano almeno due miliardi per tappare il buco di nove miliardi nei conti del 2018 e 2019, anni in cui l’Italia ha continuato ad aumentare il debito pubblico in rapporto al prodotto lordo: nel 2018 il debito è stato pari al 132,2%, rispetto al 131,4% del 2017, nel 2019 si attesterà al 133,7% e nel 2020 raggiungerà il 135,2% . La Commissione ha concesso una proroga di un’altra settimana, però la procedura d’infrazione per debito che di fatto commissiarierà l’Italia per cinque anni, resta dietro la porta. La decisione toccherà alla riunione del ministri delle Finanze europei indetta per il 9 luglio, ma di fronte a un netto via libera della Commissione, sarà impossibile non passare sotto le forche caudine. Anche perché il governo italiano deve offrire serie garanzie di misure serie, credibili e non una tantum per evitare l’aumento dell’Iva l’anno prossimo. Si tratta come ormai è arcinoto di circa 23 miliardi di euro.

Che cosa ha messo sul piatto finora il ministro Tria? Minori spese per quota 100 e il reddito di cittadinanza, il dividendo della Cassa depositi e prestiti pari a circa un miliardo e parte dell’assegno che la Banca d’Italia ha versato al Tesoro, pari a 5,7 miliardi, più dei 3,9 miliardi versati l’anno precedente. Più il contenzioso con Gucci che pagherà al fisco un miliardo e 250 milioni per imposte non pagate sulle attività italiane. Si tratta di poste straordinarie che non corrispondono alla vera richiesta di Bruxelles, cioè una riduzione del deficit strutturale, cioè al netto degli interventi una tantum e delle variazioni del ciclo economico. Il governo si era impegnato per un taglio dello 0,3% che non è stato realizzato. Se mettiamo insieme 2018 e 2019, si arriva a uno scarto dello 0,7%, pari a 12 miliardi. La Commissione non chiede di tappare il buco integralmente, ma non si accontenta di finanza creativa. Invece è esattamente quel che il governo sta cercando di fare.

‘Vedrai, vedrai che a breve convocano il Consiglio dei ministri, è praticamente risolta”’. A Roma una fonte governativa ha informazioni di prima mano direttamente dal Sol levante. Giuseppe Conte ha appena incontrato Jean Claude Juncker e Donald Tusk, i vertici di Commissione e Consiglio europeo. Passano un paio d’ore, e a sette fusi orari di distanza, in Italia, viene diramata l’adunata del Cdm. L’ordine del giorno non è fumoso e incerto come tante volte si è visto con il governo gialloverde. L’assestamento di bilancio è al primo punto, la trattativa pare sbloccata. Il prezzo non è indifferente: 8 miliardi di euro immolati sull’altare dei conti pubblici, di cui 5 subito (il governo dovrebbe sbloccarne circa 3 lunedì sera, dopo i due della settimana scorsa) e altri 3 dal minor tiraggio di reddito e quota100 che verranno messi a consuntivo a fine anno.

Gli sherpa del Capo del governo da Osaka, dove sono impegnati nei lavori del G20, profondono ottimismo. Ma il premier non vuol sentir parlare di un rinvio in autunno: “Non giochiamo con le parole cosa significa rinviare a ottobre la procedura di infrazione? Se si evita è un risultato che il governo porta a casa. Se parlare di rinvio significa che la manovra sarà sottoposta alla valutazione della Commissione, questo è nelle cose. Se si porta a casa un risultato, lo si fa e basta”. Una questione di punti di vista. Perché al di là della discussione terminologica, il pacchetto comprende anche una manovra d’autunno che tenga a freno i cordoni della borsa.

Ecco il punto d’equilibrio spericolato su cui Conte sta giocando la sua partita: evitare la stangata di Bruxelles, dare ossigeno all’esperienza dei gialloverdi. Ma farlo togliendo anzitutto quella che sarebbe la principale pistola fumante in mano a Matteo Salvini per strappare e infilarsi nel buco di una crisi immediata per andare al voto a settembre. Dall’altro mettere una seria ipoteca sulla fattibilità della flat tax.

Il gioco di sponda, almeno indiretto, con Luigi Di Maio è evidente. Perché, tra i tanti motivi di aspro confronto tra i due vicepremier, nelle ultime ore la tassa piatta ha perso decisamente quota, con il capo politico 5 stelle che ripete ai suoi come non è da escludere che, se necessario, che le misure fondamentali della prossima legge di bilancio possano essere finanziate in deficit.

La prospettiva è quella cui il governo gialloverde ha ormai abituato: chiuso un fronte, ecco aprirsene un altro, diretto conseguenza di quello appena chiuso. I tempi sono strettissimi. Conte tornerà nella notte tra sabato e domenica, atteso poi a Bruxelles alle 18.00 dello stesso giorno dove i leader europei si sono convocati (fino all’ora di pranzo di lunedì) per chiudere la complicata partita delle nomine. Un nuovo aereo, e ventiquattrore dopo di nuovo a Roma, per presiedere il Consiglio dei ministri decisivo in vista del Consiglio europeo informale del giorno dopo (e poi dell’Ecofin) dove la partita verrà chiusa. Qualunque sia l’esito, fra 120 ore si avrà un quadro più nitido della sorte del nostro paese. E del governo sovranista.

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