Ponte sullo Stretto rinviato al 2034 e 2,8 miliardi dirottati

Il decreto infrastrutture dovrà tornare sul tavolo del governo dopo le osservazioni della Ragioneria dello Stato. Per la ripartenza del Ponte sullo Stretto nessun nuovo onere per il bilancio pubblico. Il Mose passa al patrimonio dello Stato

La Ragioneria dello Stato impone lo stop a qualsiasi aumento di spesa per far ripartire il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina. Il decreto infrastrutture preparato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, guidato da Matteo Salvini, dovrà tornare in Consiglio dei ministri dopo oltre un mese dalla prima approvazione. Il provvedimento era stato varato il 5 febbraio, ma il testo è rimasto sotto osservazione negli uffici contabili dello Stato. Le modifiche richieste sono nette: tutte le procedure necessarie per riavviare l’opera dovranno essere realizzate utilizzando esclusivamente risorse già disponibili. Nella bozza aggiornata del 9 marzo si stabilisce infatti che le amministrazioni coinvolte dovranno operare “con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente”, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Il Mit dovrà quindi gestire l’intero iter amministrativo con i fondi già presenti nei propri capitoli di bilancio.
I commissari e i costi delle opere ferroviarie

La stessa linea viene applicata anche alle nuove figure commissariali previste dal decreto. L’amministratore delegato di Rfi, Aldo Isi, sarà nominato super commissario per alcune opere ferroviarie sottoposte a sorveglianza. Tra queste figurano il collegamento ferroviario tra l’aeroporto di Verona e il lago di Garda, oltre al nuovo ponte tra Paderno d’Adda e Calusco d’Adda in Lombardia. Anche per queste opere non saranno consentiti nuovi costi per lo Stato: eventuali rimborsi o spese per il commissario e i suoi collaboratori saranno coperti direttamente dal bilancio di Rfi. Il decreto ridefinisce inoltre i poteri sulle infrastrutture stradali. L’amministratore delegato di Anas, Claudio Andrea Gemme, diventerà super commissario per le opere gestite dalla società controllata da Ferrovie dello Stato. Spetterà però al Ministero delle Infrastrutture definire con un decreto i cronoprogrammi procedurali e finanziari degli interventi, indicando le risorse disponibili e i criteri di revoca nel caso di ritardi nei cantieri.

Nella nuova versione del decreto compare anche una norma che riguarda il sistema di paratoie mobili della laguna veneta. Il Mose viene acquisito al patrimonio indisponibile dello Stato e sarà assegnato in uso governativo all’Autorità per la laguna di Venezia. Sul progetto del ponte, intanto, l’amministratore delegato della società Stretto di Messina, Pietro Ciucci, ha ribadito che non sono previsti aumenti dei costi complessivi dell’opera. L’investimento resta fissato a 13,5 miliardi di euro, ma la distribuzione delle spese nel tempo è stata rimodulata per tener conto dello slittamento dei lavori legato alle precedenti delibere della Corte dei conti.

Il Ponte sullo Stretto slitta ancora, e nel frattempo una parte delle risorse previste cambia destinazione. Il Governo ha deciso di trasferire 2,8 miliardi di euro a Rfi, la società che gestisce la rete ferroviaria italiana, per ridurne il debito.

La decisione è contenuta nel decreto sui commissari straordinari delle opere pubbliche, approvato dal Consiglio dei ministri dopo settimane di limature tecniche e il passaggio alla Ragioneria generale dello Stato.

Guardando nel dettaglio, il decreto prevede 1,8 miliardi nel 2026 e un ulteriore miliardo nel 2027 destinati a Rfi, la Rete ferroviaria italiana, per la “riduzione dell’esposizione debitoria”.

Si tratta di un rimborso alla società controllata da Ferrovie dello Stato, che negli ultimi anni ha anticipato risorse alle imprese e ai fornitori impegnati nei cantieri ferroviari.

Proprio questi anticipi avevano contribuito all’aumento dell’indebitamento della società. Con l’intervento dello Stato, il debito diventa ora più sostenibile e consente di riequilibrare i conti della rete ferroviaria.

Per recuperare i fondi necessari, il Governo ha scelto di rimodulare il cronoprogramma finanziario del Ponte sullo Stretto, l’opera destinata a collegare stabilmente Sicilia e Calabria.

La revisione è stata resa possibile dai ritardi accumulati nell’avvio dei cantieri. Nei primi anni della programmazione (tra il 2026 e il 2029) la spesa prevista viene ridotta, mentre una quota maggiore di finanziamenti viene spostata negli anni successivi.

Questa minore spesa iniziale libera quindi le risorse che vengono utilizzate per sostenere Rfi.

Nuovo calendario, Ponte sullo Stretto operativo dal 2034
La revisione del piano finanziario allunga i tempi di realizzazione del Ponte di Messina: il nuovo cronoprogramma porta il progetto fino al 2034, un anno in più rispetto alle previsioni precedenti. Secondo la società Stretto di Messina, i lavori dovrebbero partire a settembre e concludersi entro la fine del 2033, con il 2034 come primo anno di esercizio dell’infrastruttura.

Nell’ultimo anno sono previsti 1,2 miliardi di euro, destinati principalmente alle regolazioni contabili e al pagamento degli ultimi stati di avanzamento lavori.

Salvini frena sulle scadenze
Il decreto arriva dopo lo stop imposto dalla Corte dei conti, che ha costretto il Governo a rivedere alcune procedure e a rimodulare il calendario.

Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha salutato l’approvazione del provvedimento con “grande soddisfazione”, confermando lo stanziamento complessivo di 13,5 miliardi di euro per la realizzazione del ponte e delle opere collegate.

Allo stesso tempo il ministro ha mostrato cautela sulle tempistiche:

Non do più scadenze mensili, perché ho imparato che fra ricorsi, controricorsi, Corte dei Conti e comitati del no, prima voglio vedere la carta e poi partono i lavori.

Difesa del Governo e le critiche dell’opposizione
Per il Governo, la rimodulazione dei fondi non cambia la sostanza del progetto. L’amministratore delegato della società Stretto di Messina, Pietro Ciucci, ha ribadito che il costo complessivo dell’opera resta fermo a 13,5 miliardi, senza nuovi oneri per la finanza pubblica.

Secondo l’esecutivo, il ponte continua a rappresentare un’infrastruttura strategica per migliorare i collegamenti tra il Mezzogiorno e il resto del Paese.

Le opposizioni, però, parlano di “accanimento terapeutico” su un progetto che continua a subire ritardi e contestazioni. Il copyright di tale affermazione è del dem Marco Simiani, che invita il Governo a concentrare le risorse sulle “infrastrutture davvero necessarie”.

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