Hai presente quella sensazione di frustrazione quando non riesci a staccarti da qualcuno o da qualcosa che ti fa male? Quella dipendenza emotiva che ti tiene incastrato anche quando sai benissimo che dovresti scappare?
Se la conosci, allora questo è il momento giusto per entrare al TeatroSophia, in via della Vetrina 7, e lasciarti travolgere da “Più forte di me”, in scena dal giovedì al venerdì alle 21:00 e nel weekend alle 18:00.
Lo spettacolo, liberamente tratto dal romanzo di Rossana Campo, prende forma sotto la regia di Claudia Rota, che è anche protagonista insieme ad Alessandro Catalucci.
E quello che succede sul palco non è semplicemente una storia: è una discesa dentro una dipendenza affettiva che si trasforma piano piano in dipendenza reale, concreta, fisica.
Lei è una donna intrappolata in una relazione tossica. Quando il marito decide di andare a vivere con un’altra, il mondo si rompe e resta solo un vuoto che si riempie di alcol, paura e negazione. Non vuole vedere, non vuole capire, non vuole ammettere di aver bisogno di aiuto. È qui che entra in scena il vicino di casa, ironico, umano, sorprendente: Catalucci cambia registro e presenza con una naturalezza disarmante, dimostrando una versatilità che cattura.
Da quel momento il percorso si sposta in clinica, dove compare un altro personaggio bizzarro, quasi surreale, che contribuisce a creare un equilibrio perfetto tra dolore e leggerezza. La regia sceglie una fluidità continua: le scenografie permettono cambi rapidi, mai invadenti, e accompagnano lo spettatore senza distrarlo. Tutto scorre, tutto respira.

Sul palco c’è anche un musicista dal vivo, con un set elettronico che amplifica le emozioni e sottolinea i passaggi più fragili e più duri. La musica non è un contorno, è una presenza emotiva costante. Quello che colpisce davvero è quanto ci si riconosce. Non serve aver vissuto la stessa storia: basta aver provato almeno una volta quella sensazione di non riuscire a lasciar andare.
E il finale arriva come una liberazione, non urlata ma sentita, di quelle che ti restano addosso quando esci dal teatro e cammini in silenzio.
È un’esperienza avvolgente, intima, sorprendentemente sincera. Non consola, ma apre uno spiraglio.

Valentina Nasso
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