Pina Picierno sul Pd: i dem perdono un punto e calano verso la soglia psicologica del 20%. FdI al 29,5%

L’uscita di Pina Picierno dal Pd non è una semplice vicenda interna al Nazareno. È un sintomo. Picierno non se ne va perché cerca un approdo più comodo, ma perché vede consumarsi, dentro il Partito democratico, la frattura fra una cultura riformista, europeista, liberaldemocratica, e una sinistra che torna a pensare l’Occidente soprattutto come colpa e privilegio dei ceti garantiti.

Il commento che da sinistra ha salutato il suo addio come una “liberazione” è interessante proprio per questo. Non è tutto sbagliato. L’errore però comincia quando la difesa dell’Occidente democratico viene liquidata come liturgia dei privilegiati. Qui riaffiora il vecchio riflesso della sinistra postcomunista.

Il punto non è scegliere tra giustizia sociale e libertà. Il punto è ricongiungerle. La sfida è costruire una democrazia liberale popolare, l’Europa non nasce da un manuale di economia: nasce dal diritto romano, dalla filosofia greca, dall’umanesimo cristiano, dall’Illuminismo, dalle rivoluzioni liberali e sociali, dalla tragedia del Novecento.

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L’addio di Picierno dice allora una cosa semplice: lo spazio riformista non può più vivere come corrente tollerata dentro un partito che non sa se vuole governare o testimoniare. Serve una costituente liberaldemocratica, italiana ed europea insieme. Un partito che abbia il coraggio di chiamarsi anche italiano, perché l’europeismo non sia percepito come fuga dalla patria, ma come compimento della migliore vocazione nazionale.

La rilevazione di Noto per “Porta a Porta” registra un quadro sostanzialmente stabile, con FdI saldamente primo partito senza competitor e alla guida di una coalizione maggioritaria. Il campo largo resta a guardare, affossato dal Nazareno

In venti giorni il Pd ha perso un punto percentuale di consenso, calando al 20,5%, assai prossimo alla soglia psicologica del 20%. Si tratta dell’oscillazione più rilevante registrata dall’ultimo sondaggio Noto per Porta a Porta sulle intenzioni di voto degli italiani, in quadro che resta sostanzialmente stabile e che vede FdI saldamente primo partito con il 29,5%.
La rilevazione non entra nel dettaglio del perché del crollo del Pd, cui possono concorrere diversi fattori a partire dalla fine delle illusioni sul cosiddetto “effetto referendum”, che alla prova del voto amministrativo si è rivelato una mera illusione. Ma poiché gli altri partiti d’opposizione, che pure avevano declamato la remuntada dopo il voto referendario, non subiscono lo stesso contraccolpo appare più plausibile guardare a ragioni tutte interne ai dem, che in questi giorni hanno dovuto incassare anche l’addio di Pina Picierno e i rumors su altre prossime uscite eccellenti dall’area riformista.

Più nel dettaglio, il quadro che emerge dal sondaggio Noto non è che una conferma: FdI si conferma primo partito senza competitor al 29,5%, il Pd crolla al 20,5%; il M5S non si giova della perdita dei consensi degli alleati-avversari e resta al 13%. Forza Italia e Lega sono pari al 7%. Anche Avs non guadagna nulla e resta al 5,5% come nella scorsa rilevazione, Futuro Nazionale (Vannacci) è al 4,5%. Azione e Italia Viva si contendono un’oscillazione dello 0,5%: Calenda lo guadagna e sale al 2,5%, Italia viva lo perde e va al 2%. Noi moderati è all’1,5% stabile come +Europa all’1% e il Partito Liberaldemocratico anch’esso all’1%.

Complessivamente, dunque, il centrodestra, comprese le altre liste (+1%), è al 46% stabile, mentre il campo largo, più gli altri (+2%), è al 44% in calo di un punto e mezzo (-1,5%). Una fotografia che sfata anche la narrazione molto pompata da certa stampa secondo cui il centrodestra nel suo assetto tradizionale non avrebbe numeri sufficienti per vincere. La stima dell’affluenza, infine, si attesta al 61% (+1% rispetto allo scorso 20 maggio).

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