Pina Picierno ha quarantacinque anni, è stata a lungo leader dei giovani della Margherita, ha partecipato alla fase fondativa del Partito democratico, è stata eletta per la prima volta alla Camera dei deputati a ventisette anni, è arrivata al Parlamento europeo con un boom di preferenze nel 2014, è stata eletta per la prima volta vicepresidente del Parlamento europeo nel gennaio del 2022, è stata confermata in quel ruolo nella legislatura successiva, ovvero in quella attuale, attualmente è l’esponente del Pd che ha uno dei ruoli istituzionali più importanti a livello internazionale e dopo una lunga riflessione ha deciso di lasciare il Partito democratico. Pina Picierno affida al Foglio le sofferte ragioni della sua scelta. Non cerca polemiche, non cerca titoli, non cerca provocazioni. Cerca solo di dare una speranza a chi, come lei, da tempo osserva quella che un tempo era la cosiddetta casa dei riformisti e che ora semplicemente in quelle quattro mura non si sente più a casa. Pina Picierno, che vive sotto tutela da molti anni, da quando la Russia di Putin ha trasformato il suo nome, il suo cognome, il suo volto, il suo profilo, in un obiettivo da colpire, ci accoglie in un piccolo ristorante di Bruxelles, a pochi passi dal Parlamento europeo, a Rue du Parnasse. Tzatziki, souvlaki, hummus. Pranzo veloce, molte cose da raccontare. Chiediamo: quand’è che il Pd ha smesso di essere la casa dei riformisti? Picierno parte e non si ferma più. “Non credo esista un momento preciso. I processi politici più profondi raramente coincidono con una data o con un congresso. Credo piuttosto che il Pd abbia progressivamente smesso di essere la casa dei riformisti quando ha smarrito la tensione verso il governo della complessità e ha iniziato a considerare la tutela della propria identità come un obiettivo politico in sé. Può sembrare una differenza sottile, ma in realtà è enorme. Il riformismo non nasce per custodire una comunità. Nasce per misurarsi con la realtà, soprattutto quando la realtà si presenta in forme nuove, scomode e persino inquietanti. Negli ultimi anni il mondo è cambiato con una velocità impressionante: la guerra è tornata in Europa, le autocrazie hanno imparato a utilizzare la tecnologia, la finanza e l’informazione come strumenti di influenza e di potere, l’intelligenza artificiale promette di ridefinire il lavoro, la produzione e la stessa distribuzione della conoscenza. Di fronte a trasformazioni di questa portata, una forza riformista dovrebbe allargare il proprio sguardo. Ho avuto spesso l’impressione che il Pd abbia fatto il contrario. Più che interrogarsi su come governare il mondo che stava emergendo, ha finito per interrogarsi su come rappresentarne una parte. Ma una forza di governo non può limitarsi alla rappresentazione. Deve costruire consenso, assumersi responsabilità, indicare una direzione. Deve parlare anche a chi non la pensa già allo stesso modo”.
Picierno dice che c’è stato un momento, fra i tanti, in cui ha capito che per lei, come per molti altri, era finito il sogno dei fondatori del Pd, che nel 2007, ai tempi della segreteria di Walter Veltroni, provarono a mettere insieme un amalgama ambizioso, per qualcuno ben riuscito e per qualcun altro no.
“Sono molto dispiaciuta”. Elly Schlein commenta cosi la decisione di Pina Picerno di lasciare il Partito democratico. La segretaria dem non si straccia le vesti: “Sono dispiaciuta come lo sono sempre quando qualcuno decide di lasciare”. E rimarca la linea e il suo mandato, vinto alle primarie del 2023: “Noi continueremo a lavorare per un Pd inclusivo, sempre con cura e attenzione al suo pluralismo che è un valore”.
Picierno se n’è andata non senza polemiche. E sbattendo la porta ha lamentato il fatto che ormai il Pd non è più un partito aperto a sensibilità moderate, centriste. “Non c’è più spazio per i riformisti ”, dice. Schlein dissente: “Non condivido questa lettura del Partito democratico di oggi. Questo continuerà a essere plurale e inclusivo, e continuerà ad avere cura delle sue diverse culture politiche e sensibilità, pur esprimendo una linea chiara sui fondamentali costituzionali che dobbiamo attuare fino in fondo”.
“La casa dei riformisti non c’è più. Non si può essere ambigui con il fascismo putiniano e gli estremismi. E’ ora di lavorare a qualcosa di nuovo, per vincere le elezioni”.
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