Pensioni, dietrofront: si tornerà alla legge Fornero

La caduta del governo ha impedito di portare in porto la riforma del sistema pensionistico, che da gennaio rischia di far tornare a 67 anni l’uscita dal lavoro

Nonostante i mesi di trattative tra le forze politiche per evitare il drastico ritorno al modello pensionistico della legge Fornero, da gennaio sarà necessario avere 67 anni per uscire dal lavoro e ricevere l’assegno di vecchiaia. Il regime provvisorio di Quota 102 scade all’inizio del prossimo anno e, complice la caduta dell’esecutivo, il governo Draghi non è riuscito a portare a termine la riforma che avrebbe dovuto ammorbidire il passaggio del raggiungimento dell’età utile a ricevere il trattamento pensionistico.

Pensioni, si tornerà alla legge Fornero: i motivi

Nonostante le diverse ipotesi di riforma che si sono inseguite nei mesi, il sistema pensionistico tornerà indietro al modello in vigore prima dell’applicazione delle “Quote”, la 100 prima, fortemente voluta dalla Lega e applicata dal governo giallo-verde, e la 102, in scadenza il 31 dicembre 2022.

I tempi, per ridurre lo scalino di età per andare in pensione dai 64 anni attuali ai 67 della riforma Fornero, sembrano essere stretti: le proposte allo studio del governo Draghi sono andate in frantumo con l’esecutivo e se anche dalle elezioni uscisse una maggioranza da subito operativa difficilmente ci sarebbero i margini per mettere in piedi una riforma, né l’attuale regime inflazionistico la renderebbe sostenibile per i conti dello Stato.

Il livello attuale del caro vita dovrebbero rivalutare l’assegno almeno del 7% in più, per questo al momento più che una revisione strutturata delle pensioni l’opzione più probabile potrebbe essere almeno nel 2023 un’ulteriore deroga.

Pensioni, le proposte dei partiti

In vista del voto del 25 settembre ogni partito sta proponendo la propria proposta più o meno definita per superare la riforma Fornero, che avevamo già riportato qui. Il centrodestra è diviso tra chi come la Lega ha già una proposta dettagliata e chi no come Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Il punto forte del piano del Carroccio sarebbe “Quota 41“: pensione anticipata per chi ha 41 anni di contributi, anziché 42 anni e 10 mesi per gli uomini o 41 anni e 10 mesi per le donne.

Inoltre sarebbe previsto uno “sconto mamma” che permetterebbe alle donne abbassare il numero di anni di contributi per ogni figlio, fino a “Quota 38”.

Nelle idee dei leghisti ci sarebbe inoltre un assegno di vecchiaia per le donne a 63 anni con 20 anni di contributi, una pensione minima per i giovani da 1.000 euro, oltre che il consolidamento di Opzione donna resa strutturale, la proroga dell’Ape sociale e l’estensione del riscatto della laurea.

Molto meno minuziose le ricette degli alleati: Silvio Berlusconi ha lanciato l’aumento di tutte le pensioni minime a 1.000 euro al mese per 13 mensilità (qui abbiamo riportato i 15 punti del programma del centrodestra).

La volontà della Lega di rinnovare sia Opzione Donna che l’Ape sociale, rientra anche nei piani del Partito democratico, curando in particolar modo l’allargamento della lista di lavori gravosi che dovrebbe includere nuove mansioni particolarmente pesanti.

Il partito di Enrico Letta verrebbe poi avanza l’ipotesi di una pensione di garanzia per i giovani e tutti i post 1996 che sono interamente nel sistema contributivo e che rischiano di andare in pensione a 70 anni con assegni molto bassi, a causa della carriera intermittente e i salari ridotti da precarietà e part-time.

Da parte del Movimento 5 Stelle c’è l’idea di sostenere le proposte del presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, che consentirebbe uscite flessibili a 63 o 64 anni con penalità o ricalcoli contributivi dell’assegno

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