In oltre dieci anni di vita il Partito Democratico è cambiato molto, ma solo per adeguare l’organizzazione alle esigenze del leader del momento. Non ha stupito nessuno il fatto che alle ultime elezioni politiche (quelle del 2018), per la prima volta la sinistra italiana si è presentata senza una lettura delle condizioni del Paese e senza un progetto di cambiamento. D’altronde quello che c’è oggi non è un partito, ma essenzialmente l’insieme dei gruppi parlamentari, dei gruppi consiliari regionali e comunali. Esiste solo nelle istituzioni.

L’organizzazione è debole, disorientata e spoliticizzata in tutti i suoi livelli. Vive di assemblee che non decidono, ma servono solo a battere le mani al capo di turno. La vita interna è segnata da una perenne competizione che mortifica l’autonomia e toglie agli iscritti e alle persone ogni voglia di partecipare e farsi valere.

Molti esponenti, su tutti Goffredo Bettini, Roberto Morassut, Fabrizio Barca, hanno ripetutamente denunciato questo stato di cose, facendo sentire meno soli i militanti che hanno continuato ad impegnarsi e a sperare nel cambiamento. Se non ci fosse stato questo impegno a trattenere forze sane, non sarebbe più possibile immaginare un nuovo corso per la sinistra.

Il Pd in pratica è divenuto un partito, o meglio  un oggetto, ‘governistico’, che non ha un rapporto con una base intesa non come un mero serbatoio di voti, ma come popolo dentro cui trovare una identità. Il Pd, a ben guardare,  non ha una struttura territoriale degna di questo nome. Anche ipotizzare che il segretario possa essere eletto attraverso il rituale delle primarie è terribilmente comico. In realtà non è  più un partito di sinistra visto che ha sacrificato il suo bagaglio intellettuale votandosi  all’europeismo.  Un continente non è un’idea politica, magari lo era nella testa di Altiero Spinelli che diceva “l’Europa, se ci sarà, dovrà essere socialista”.

Oggi gli unici partiti che crescono sono la Lega e la Meloni che ha superato il Pd nelle intenzioni di voto.   Draghi fa il premier, ha intorno alcuni ministri suoi, altri, sono la ricreazione. Ma l’unico che interloquisce con Draghi, che va lì a protestare, condizionando, è Salvini, come nel caso delle chiusure.

Enrico Letta  non può rimanere indifferente al momento straordinario tale da mettere in discussione scelte pensate come irreversibili. Le 48 ore chieste  per ‘riflettere’ possono legittimamente essere lette  come un sì e, al tempo stesso, come un ragionevole tempo per valutare e, in qualche modo, creare le condizioni. Il caos che sarebbe determinato, a due giorni dall’assemblea, da un suo rifiuto è sufficiente per indurre a miti consigli le anime inquiete del Partito democratico, almeno per ora.

Il punto critico, è dato dalla riformabilità del partito cambiando i meccanismi di fondo che hanno portato il segretario uscente a dimettersi ‘vergognandosi’ di un partito che conosce solo l’autoreferenzialità del potere, affidato al gioco delle correnti. Letta, la sua chiamata a salvare il salvabile,  quello del Pd, nell’ambito del più generale default della politica che ha prodotto il governo Draghi. Se il problema fosse solo trovare un accordo nel caminetto delle correnti, non si capirebbe la ragione per cui si è dimesso Zingaretti, forte di una legittimazione popolare alle primarie e di una solidità di consensi del partito. E invece la crisi è più profonda, tale da richiedere un mutamento radicale non solo di equilibri, ma di mentalità.

Il nodo non sciolto riguarda la parola ‘congresso’, attorno al quale si muove    il grande  delle correnti, e si muovono gli   ex renziani, da Delrio a Nardella, con ha in mente uno schema che porta, in post-pandemia,   alla candidatura di Stefano Bonaccini, con l’idea di avere, prima delle politiche, un nuovo segretario e una nuova maggioranza che faccia le liste elettorali. Chi, come Dario Franceschini e Nicola Zingaretti, attuale maggioranza, immagina di arrivare con Letta al 2023, segretario con pieni poteri, e non  re travicello che traghetta verso il congresso,  per blindare se stessa, sulle liste e sul proprio potere di condizionamento del nuovo corso.

Letta vuole valutare,  per accettare,  l’intensità delle reazioni e i margini di ‘unitarietà’ che il suo nome produce, anche  in virtù del mandato implicito nella sua segreteria, dentro la quale, con ogni evidenza c’è anche la candidatura a premier in uno schema di alleanza competitiva con i Cinque stelle di Conte: chi prende un voto in più esprime il candidato per palazzo Chigi.