Il vicesegretario del Pd Enrico Letta nella sede del Partito Democratico per una riunione con il segretario Pierluigi Bersani sulla riforma della legge elettorale, Roma, 3 dicembre 2012. ANSA/ CLAUDIO PERI

Pd, in cerca di ‘identità’ e amministrative

Le amministrative segnano una fase di forte stallo nel percorso verso la costruzione del nuovo campo di centrosinistra. Alla direzione nazionale del Pd Enrico Letta ha preso atto di quello che è chiaro a tutti: il partito è lontano dagli italiani, non li capisce, non ne coglie le esigenze. Del resto l’assemblea, a due mesi dall’insediamento del segretario, è arrivata in uno dei giorni più neri per i dem: quello in cui i sondaggi lo hanno sprofondato a quarto partito, dietro M5S terzo e FdI. Recuperare lo scollamento di connessione sentimentale con il Paese, costruendo la consapevolezza di una identità forte.

Alla direzione nazionale del Pd il segretario ha preso atto di quello che è chiaro a tutti: ‘il partito è lontano dagli italiani, non li capisce, non ne coglie le esigenze’. Pietro Senaldi affonda Enrico Letta: ‘Pd scollato dalla realtà? Finalmente dice una cosa giusta. La verità è che se il Pd fosse connesso con la realtà, non si sarebbe scelto Letta come leader’. 

È un destino infausto quello del segretario.  L’uomo non è carismatico, ha poca forza politica propria e ogni cosa che dice proferisce due banalità e una fesseria; però ha studiato, ha fama di saggio e ha relazioni che contano. Quando nel 2013 il Pd riuscì a perdere l’ennesima elezione già vinta e Bersani incassò un due di picche dai grillini, Letta ascese a Palazzo Chigi. Europeista, atlantista, immanicato, allestì una squadra di ministri di cui si ricordano solo la Idem e la Kyenge e varò il governo più debole dalla fine della Prima Repubblica. Renzi lo mandò a casa e quattro mesi dopo portò il Pd al 41%. A questo giro l’amaro Enrico ha preso in mano i dem devastati dalla gestione Zingaretti, logorato dal governo con M5S e dall’incapacità da una parte di trovare la quadra con i grillini e dall’altra di instaurare un dialogo con Renzi e Calenda, la parte moderata della sinistra.  Ha lasciato il Pd intorno al 19%. Il suo addio ha confortato l’elettorato e sospinto il partito oltre il 20. Ma poi è stato sufficiente che la base dem ascoltasse due o tre volte il nuovo leader perché la prima forza della sinistra scivolasse al 16,9, superata da M5S e Fdi.

Letta resta distante anni luce dalla soluzione del problema, sebbene lo abbia finalmente individuato; ‘L’identità politica’.  Al centro della riflessione c’è il tema delle amministrative, le prossime elezioni in agenda, e dei rapporti con il M5S. Dobbiamo recuperare la connessione sentimentale che passa dalle grandi città che abbiamo perso nel 2016 e questo – ha sottolineato il segretario – passa da un impegno con grande delicatezza e attenzione per rispettare tutti e trovare le soluzioni migliori. Per Letta ‘l’identità è il cuore della questione’.  Qualunque cosa vogliamo fare in futuro – ha spiegato – parte dalla forza e dalla consapevolezza della nostra identità. Con una identità debole, qualunque alleanza ci fagociterà. Il segretario dem quindi ha chiarito che anche ‘la questione del M5s è intimamente collegata a questo. Se le nostre iniziative saranno coerenti con la nostra identità, siamo in grado di cambiare il quadro politico attorno a noi, quello delle alleanze, e anche il resto. Siamo in grado – ha sostenuto – di spingere i partiti sovranisti ad avere una atteggiamento più responsabile. L’agenda dettiamocela noi, non facciamocela dettare da altri. Siamo il Pd, l’unico grande partito italiano, che decide secondo metodi democratici, che ha un dibattito interno vivo, vivace, positivo’.

Proprio l’agenda, però, denuncia tutta l’impossibilità di Letta e del Pd di arrivare a una ‘identità’ che ricostruisca la ‘connessione sentimentale’ con il Paese.  Quale potrebbe essere l’identità di un futuro esecutivo? Ad illustrare quello che potrebbe accadere, il Ministro della Salute Roberto Speranza che nel corso dell’assemblea Nazionale Articolo Uno ha analizzato quale sarà il punto dal quale dovranno partire PD, Leu e M5S al fine di creare un alleanza che sia il più possibile coesa. Ovviamente il primo punto di partenza lo si trova non nelle proprie idee e nelle relative proposte ma nell’identificazione del nemico. Che, guarda caso, lo si trova in Giorgia Meloni e Matteo Salvini. ‘Leggendo i giornali oggi, si capisce che c’è chi lavora a spezzare l’asse Pd-M5S-Leuperché lavora a un governo Meloni-Salvini’, dichiara il Ministro della Salute Roberto Speranza durante il suo intervento all’assemblea nazionale articolo uno.

Una dichiarazione questa del Ministro della Salute che traccia la strada per il lavoro che dovranno fare nei prossimi mesi PD, M5S e Leu e che mira al contempo a riconoscere quanto fatto dall’ex Premier Giuseppe Conte negli scorsi mesi: ‘Va molto di moda insultare il M5S, io penso che quel Movimento abbia rappresentato una carica straordinaria di rinnovamento di questo Paese e questo io penso sia un bene.  Dovremo lavorare da subito perché questo stare insieme sia coltivato. C’è ancora tempo per lavorare in vista delle amministrative, bisogna essere rispettosi e indicare sempre qual è l’orizzonte. Ovunque c’è il margine per lavorare, dobbiamo farlo. Da subito si sia chiarissimi sul dopo: si vota in città rilevanti in cui si arriverà ai ballottaggi’.

I voti del populismo del MoVimento 5 stelle non li riuscirà a catalizzare Conte, che pure ancora ha un suo consenso e un suo seguito, ma di altro tipo, più moderato contenuto, istituzionale, ma quel populismo sì coagulerà intorno alle figure di Di Battista,  di Fedez e Casaleggio.   Di Battista è sempre stato l’opzione 2, mantenendo un solo mandato e una verginità rispetto al M5S istituzionalizzato e governativo, estraneo alle scelte del ‘potere’ che hanno sconfessato le origini per trasformarsi nel partito di Di Maio, per intenderci:  ‘L’operazione  ‘Fedez e la Rai’ non è stata un’operazione casuale ma un’operazione per rilanciare quella parte del MoVimento che vuole rivendicare una verginità e una  estraneità al M5s del Conte 1 e del Conte 2,  quello istituzionalizzato e governativo per capirci. Serve un secondo ‘megafono’, ora che Grillo è fuori gioco, sconfitto da se stesso e dalla propria intemperanza, e Fedez è la carta giusta, con i suoi 36,5 milioni di follower, rappresenta la versione svecchiata e modernizzata del blog di Grillo, che ha fatto il suo tempo, statico e superato, ci vuole ora uno che sia direttamente un influencer, un giovane eccelso indiscusso Re dei social. Se la sinistra non saprà, e a mio parere non saprà,  intercettare questo elettorato lo perderà un’altra volta, di nuovo a discapito di un’operazione verità e di un’operazione socialista per una società più equa ed ecologica, di corsa verso una nuova manipolazione del consenso tecnologico e pericoloso, una definitiva corsa verso il vuoto cosmico di valori, di politica e di rappresentanza. E’ come se il M5S conquistata la fetta stabile di potere si volesse replicare per tornare a riconquistarne un’altra fetta, e poi un’altra fetta ancora…’, osserva con disincanto Alessandro Di Battista.

Cocis

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