Pd, e primarie. Schlein insiste: ‘Si voti anche online’. Intesa sulle regole: ok al voto online ma con precisi limiti

Nel Pd si recita a soggetto. Anche se siamo alla vigilia di una direzione nazionale che dovrebbe  pronunciare una parola chiara sulle modalità alla base del prossimo congresso. L’ultima novità in ordine di tempo l’ha lanciata la candidata Elly Schlein proponendo di affiancare al voto nei gazebo anche quello online. Una sortita che non è piaciuta ai rivali. Soprattutto al favorito Stefano Bonaccini, che ha fatto notare come il regolamento delle primarie non preveda anche questa modalità. Nella sua scia anche Paola De Micheli mentre appena un po’ più possibilista si è mostrato Gianni Cuperlo.

La situazione, tuttavia, resta tesa, come dimostra anche la voce che circola in queste stesse ore circa la presentazione di un ordine del giorno pro Schlein da mettere in votazione. Difficile che accada perché sulle regole Letta vuole unanimità. Posizione ribadita anche da fonti del Nazareno. Questo spiega anche l’incontro  tra la segreteria e gli sherpa dei quattro candidati al congresso.

Come spiegano fonti dem, il Nazareno non sosterrà proposte che non siano appoggiate da tutti. «Le regole del congresso devono essere condivise – fanno sapere -. Questa è stata fin dall’inizio la nostra stella polare. Niente forzature e niente lacerazioni. Serve senso di responsabilità per non guastare un percorso con fratture che in questo momento vanno assolutamente evitate». Ma la Schlein tiene duro. E dalle colonne dell’Avvenire difende la sua richiesta di voto online. «È una proposta volta a dare uno strumento in più», sostiene. Per poi aggiungere: «Ogni strumento che può allargare la partecipazione è da considerare con grande attenzione». Nel frattempo, Bonaccini passa all’azione. I suoi sostenitori fanno sapere di aver raccolto «quasi 200 firme» a «poche ore dal lancio dell’appello di giovani under 35 a sostegno della sua candidatura a segretario del Pd».

Mai si erano visti prima d’ora un leader e un intero gruppo dirigente che all’indomani di una sconfitta così pesante, anziché dimettersi e convocare immediatamente il congresso del partito, cominciano a discettare di come intendono rifondarlo e sul sistema di voto. Il congresso vero e proprio si terrà solo al termine di questo lungo e macchinoso processo. Durante il quale, va da sé, ognuno rimane al suo posto.

Dopo avere portato il Pd al minimo storico Enrico Letta ha potuto annunciare l’intenzione di restare al suo posto altri cinque o sei mesi per organizzare niente di meno che la rifondazione del partito, senza che praticamente nessuno ci trovasse niente da ridire.

Una chiusura autoreferenziale che è la conseguenza del modo in cui Letta è stato nominato segretario dall’assemblea del Pd, quella eletta nel 2019 con Nicola Zingaretti, e soprattutto di come Letta, dopo avere illuso per un attimo anche noi con un discorso serio e razionale, ha interpretato il ruolo.

Invece di pilotare il Pd fuori dal vicolo cieco in cui l’aveva cacciato Zingaretti, infatti, Letta non ha fatto altro che confermarne tutte le scelte di fondo.

In poche parole, all’indomani della caduta del governo Conte e della nascita del governo Draghi, invece di avviare una riflessione autocritica sul pasticcio in cui si erano infilati, Letta e l’intero gruppo dirigente zingarettiano hanno preferito fare blocco, coprirsi a vicenda, perpetuando tutte le ambiguità della linea seguita fino a quel momento, che si sono riflesse inevitabilmente nella telenovela dei rapporti con l’esecutivo da un lato e con il Movimento 5 stelle dall’altro. E lo stesso hanno fatto dopo la sconfitta elettorale.

Il vantaggio di questa strategia, almeno nel breve termine, sta nel non avere lasciato praticamente nessuno spiraglio alla possibilità di una vera discussione autocritica e di un confronto reale, a dispetto di tanta sciocca retorica sul partito crudele che divora un segretario all’anno. Qui, semmai, è il segretario che ha divorato il partito, sebbene di certo non da solo. Ma proprio questa rinnovata unità, spesso vantata da Letta come il miglior risultato della sua gestione, ha avuto un altro vantaggio: che la rete di solidarietà è andata ben al di là dei gruppi dirigenti, come dimostra l’incredibile benevolenza con cui ancora oggi la segreteria Letta è giudicata da gran parte dei commentatori.

Eppure nessuno allora, almeno tra gli osservatori in buona fede, poteva avere il minimo dubbio sul fatto che il Partito democratico sarebbe sopravvissuto, e infatti in entrambi i casi non solo è sopravvissuto, ma se l’è passata anche piuttosto bene, governando per la quasi totalità del tempo, circa nove anni su dieci dal 2013 a oggi.

Nessuno, né tra i commentatori né tra i dirigenti, e nemmeno tra coloro che aspirano a prenderne il posto, ha avuto finora il coraggio di dire che il re è nudo, far scoppiare la bolla, discutere seriamente di quel che è accaduto con un grado di sincerità e anche di brutalità minimamente proporzionato alla gravità della situazione.

Si parla del voto online, cioè di come mascherare sin d’ora anche l’ennesimo, prevedibile fiasco: quello dell’affluenza ai gazebo. Altri due mesi così, e viene da pensare che i sondaggi di oggi sembreranno persino ottimisti.

Sulle regole delle primarie il Pd ha raggiunto un’intesa di massima. Il criterio concordato tra i candidati alla segreteria è quello di consentire il voto online ma con precisi limiti: vi potrà ricorrere solo chi è impossibilitato al voto in presenza, sia per motivi di salute sia logistici. I casi in cui ci si potrà esprimere a distanza riguarderanno, in particolare, studenti fuori sede, anziani, disabili e chi abita in zone impervie.

L’accordo è arrivato a ridosso della direzione democratica scongiurando la conta interna e una spaccatura. Soddisfatto il segretario Enrico Letta anche se resta il rammarico sul “racconto esterno: “Siamo riusciti a farci del male…”.

Ecco le regole   Nel documento che viene portato in direzione si spiega che è ammesso il voto sulla piattaforma online per quanti sono residenti o domiciliati all’estero, per disabili e malati, per chi non possa recarsi al seggio a causa di altri impedimenti che saranno definiti dalla commissione nazionale del congresso (per esempio gli studenti fuori sede) e per coloro che abitano troppo distanti dal seggio. Alla fine il regolamento passa con un solo contrario e nove astenuti.

Sul tavolo arriva anche lo spostamento delle primarie dal 19 al 26 febbraio, la composizione dei due terzi dei nomi della commissione nazionale del congresso e i criteri per l’ampliamento dell’assemblea agli esterni. Dopo l’ennesima fumata nera, poi la svolta: l’intesa sulle deroghe per il voto on line (la regola resta andare nei gazebo) chiusa a ridosso della riunione. La ricomposizione è arrivata dopo le esternazioni di Stefano Bonaccini, inizialmente critico su questa modalità di voto inserita all’ultimo momento: “Se ci spacchiamo sulle regole rischiamo di essere individuati come marziani”. La sua apertura ha sbloccato l’impasse, con senso di responsabilità per evitare il muro contro muro, come rimarcano dal suo comitato. I supporter di Schlein, invece, parlano di “vittoria per il Pd. Rompere il muro della partecipazione con primarie online è importante per definire il profilo di un partito unito, moderno e inclusivo”.

Critica Paola De Micheli, che si era detta più volte “contraria al voto on line” (per i tempi e i modi della decisione) e che alla fine non ha partecipato al voto sul regolamento per le primarie. Quanto al quarto e ultimo aspirante segretario, Gianni Cuperlo, si è rimesso alla decisione del partito.

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