Patti Smith al Circo Massimo, quando un’icona rende il tempo irrilevante

Una serata speciale in uno dei luoghi più simbolici di Roma. Il 27 luglio Patti Smith è salita sul palco del Circo Massimo per l’unica data italiana del tour mondiale con cui celebra gli ottant’anni che compirà a dicembre. Un appuntamento attesissimo, accolto da una platea gremita, anche se non completamente sold out. Intorno a me erano rimasti alcuni posti vuoti, a destra, a sinistra e perfino davanti. Un piccolo caso fortuito, perché per il resto il pubblico riempiva il Circo Massimo con una presenza compatta e partecipe.

Sul palco sono in sei, Patti Smith compresa. Nessun effetto speciale, nessuna scenografia monumentale: tutto è affidato alla musica, alla poesia e a quella presenza scenica che continua a essere inconfondibile.

Per me questo concerto aveva un significato particolare. L’ultima volta che avevo visto Patti Smith era circa vent’anni fa, in una piazza di Camerino. Ci ero andata apposta, accompagnata da quello che allora era il mio compagno. Era la prima volta che la vedevo dal vivo e, per me, era già un mito.

Quasi due decenni dopo ho voluto ritrovarla da sola. Non per nostalgia, ma perché certi incontri meritano di essere vissuti senza mediazioni. Il destino ha fatto il resto: intorno a me quei pochi posti vuoti hanno creato uno spazio quasi intimo. Per qualche istante ho avuto la sensazione che quel concerto fosse soltanto mio. Dovevo ascoltarlo da sola, emozionarmi da sola, lasciarmi attraversare da quella voce che, incredibilmente, continua a custodire la stessa forza.

Alla soglia degli ottant’anni Patti Smith sembra non conoscere lo sfarinamento del tempo. Ha attraversato oltre mezzo secolo di musica, ha salutato amici, compagni di strada e giganti del rock, eppure continua a salire sul palco con quella sua andatura inconfondibile, quei piccoli passi rapidi e nervosi che sembrano appartenere soltanto a lei e, forse, a Mick Jagger. Non è un’energia ostentata: è una vitalità che nasce da dentro.



Ci si chiede spesso se Patti Smith sia una regina del rock o un’icona. In realtà è qualcosa di più. Una regina appartiene a un regno, governa un tempo, una stagione. Un’icona, invece, supera il proprio tempo e smette di appartenere soltanto alla musica. Diventa un simbolo, un riferimento culturale, umano e perfino spirituale. Patti Smith non rappresenta semplicemente il rock: rappresenta un modo di abitare il mondo, di attraversare la poesia, la ribellione, la fede nell’essere umano e nella libertà. È per questo che definirla soltanto “regina del rock” sarebbe quasi riduttivo.

L’apertura con Dancing Barefoot ha immediatamente riportato il pubblico dentro il suo universo poetico. Da lì è stato un susseguirsi di brani che hanno segnato la storia del rock: Redondo Beach, Ghost Dance, Beneath the Southern Cross, Peaceable Kingdom, l’immancabile Because the Night e Gloria, fino alla chiusura affidata a People Have the Power.

Because the Night resta uno di quei pezzi che appartengono ormai alla memoria collettiva. Ognuno, ascoltandolo, ritrova inevitabilmente un frammento della propria vita. Per me è stato impossibile non tornare con il pensiero a quell’amore giovane e bellissimo con cui, tanti anni fa, ero andata a Camerino proprio per vedere Patti Smith. Le canzoni fanno questo: non raccontano solo chi le canta, ma anche chi le ascolta.

Il concerto è stato sorprendentemente delicato. Nonostante i ritmi sostenuti e la forza della band, i momenti più intensi sono arrivati dalle pause, dalle parole rivolte al pubblico, dalle riflessioni che Patti Smith ha disseminato tra un brano e l’altro. È lì che emerge la sua natura di poetessa prima ancora che di rocker.



Il finale con People Have the Power è stato il momento in cui tutto il concerto ha trovato il suo significato più profondo. Patti Smith interpreta questa canzone con una convinzione che va oltre la performance. Si percepisce una fede autentica nelle persone, nella loro capacità di cambiare le cose. Per qualche minuto viene davvero da credere che il potere appartenga ancora al popolo. Forse la realtà è più complicata, ma continuare a crederci è già un atto necessario. Perché se smettiamo di pensare che le persone possano incidere sul mondo, allora quel potere sarà davvero perduto.

Negli ultimi brani molti spettatori hanno lasciato i propri posti per raggiungere il sotto palco e ballare. Un gesto spontaneo, quasi inevitabile, come se Patti Smith avesse ancora la capacità di ricordare a tutti che la musica non si osserva soltanto: si vive.

Ed è forse questo il messaggio più bello che lascia dopo oltre cinquant’anni di carriera. Non è l’età a renderci vivi o spenti. La vera energia non appartiene al corpo, ma alla vibrazione dell’anima. Patti Smith continua a ricordarci che possiamo essere ancora potenti, ancora capaci di emozionarci, ancora pronti a credere che la poesia, la musica e la libertà possano cambiare qualcosa dentro di noi.

La tappa romana, unica italiana del tour mondiale celebrativo dei suoi ottant’anni, ha confermato ancora una volta quanto Patti Smith appartenga ormai non soltanto alla storia del rock, ma alla storia della cultura contemporanea. Pochi giorni dopo il concerto è stata ricevuta in Vaticano da Papa Leone XIV. Un incontro che testimonia il riconoscimento di un percorso artistico capace di intrecciare musica, poesia, ricerca spirituale, pace e giustizia sociale. Non è la prima volta che il dialogo tra Patti Smith e la Santa Sede prende forma: negli anni aveva già incontrato anche papa Francesco, a conferma di una figura che continua a superare i confini della musica per diventare una voce autorevole del nostro tempo.

Barbara Lalle

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