Passaporto da peste

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, l’articolo ricevuto da James Hansen:

Molti stati iniziano a pianificare un sistema di “passaporti Covid” per
agevolare la circolazione internazionale di chi dimostra di essere libero dal contagio. Il progetto più
avanzato è quello del Regno Unito, dove un “vaccination passport” è in fase di test per verificare la
tecnologia nel caso si riuscisse a dimostrare che i vaccini non solo diano l’immunità al Covid ma che ne
blocchino anche la trasmissione. Piuttosto che un documento fisico, si pensa a una “app” sul cellulare.
Progetti simili sono allo studio nei paesi più avanti con la vaccinazione, come gli Usa e
Israele. In Europa, Spagna e Grecia—due paesi particolarmente interessati a vedere una
ripresa del turismo internazionale—hanno suggerito che l’Ue faccia altrettanto, ma
l’Europa, già indietro con le immunizzazioni, parrebbe avere per ora problemi più urgenti.
Anche molte linee aeree annunciano che apriranno i voli solo ai passeggeri in possesso di
certificazione che li attesti o vaccinati o “liberi” dal contagio. Tra queste: United Airlines, British
Airways, Virgin Atlantic, Swiss International AirLines e JetBlue.
Il Governo Usa ha appena emesso una direttiva secondo la quale i passeggeri internazionali in arrivo
negli Stati Uniti devono essere in possesso di “prove”—sotto forma di risultati di analisi non più vecchie
di tre giorni—relative all’assenza di Covid o dell’effettiva guarigione dalla malattia. Il divieto d’entrata si
applica agli stessi cittadini Usa, a cui si avvisa che quelli “presenti in paesi dove il testing anti-Covid è
inadeguato al bisogno dovrebbero rientrare immediatamente oppure prepararsi a restare (all’estero) fino
a che non riescano a soddisfare il regolamento”.
C’è dunque ogni indicazione che una sorta di passaporto Covid sia in arrivo, per quanto non si conosca
ancora quale forma avrà. La questione però va molto oltre l’aspetto tecnico perché il passaporto sarà
fortemente discriminatorio. Come esempio d’attualità, uno dei primi atti del neo-Presidente americano
Biden è stato di rescindere il decreto trumpiano che vietava l’ingresso negli Usa dei cittadini di una serie
di paesi islamici. Un bel gesto, apprezzabile, ma vuoto di significato concreto se quei popoli provengono
—com’è il caso—da paesi dove non può essere soddisfatto il nuovo obbligo sanitario…
C’è anche un caso forse più grave e certamente più universale, quello dei viaggiatori giovani. Il vaccino
anti-Covid è fortemente contingentato. Nelle categorie di priorità stabilite per la somministrazione—i
vecchi, il personale sanitario e così via—i giovani sono sempre in ultima posizione. Potranno volerci
anni prima che si arrivi a vaccinarli. È vero che le nuove generazioni—tranne in casi rari—non corrono
rischi mortali per la malattia. Anche loro però pagheranno costi alti per l’epidemia in termini di mancata
scolarizzazione, di “non-socializzazione” in un’età tipicamente legata a una socialità spinta, e di
disoccupazione che affronteranno tornando alla vita economica in tempi che si promettono grami.
Come reagiranno quando genitori e nonni potranno andare dove vogliono—a Londra per lo shopping, a
Corfù per il sole—e loro dovranno restare bloccati a casa? Già i rapporti intergenerazionali sono sotto
tensione come mai si ricorda. Li puniamo per essere troppo sani da curare?

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