Nuovo processo per Alessandro Sallusti: rinviato a giudizio per diffamazione

 

Ancora guai per Alessandro Sallusti. Il direttore dimissionario de “Il Giornale”, é stato rinviato a giudizio con l’accusa di omesso controllo in un procedimento per diffamazione ai danni dell’ex sostituto procuratore militare di Padova, Maurizio Block.  L’episodio fa riferimento al periodo in cui Sallusti era direttore di Libero.

Intanto dall’Aula della Camere arriva la confessione di Renato Farina: “Sono io l’autore dell’articolo, a firma ‘Dreyfus’ per il quale il direttore de ‘Il Giornale’ Alessandro Sallusti é stato condannato dalla Cassazione”, ha sottolineato il deputato Pdl, che ha poi  chiesto la grazia per Salllusti.

“Intervengo per un obbligo di coscienza e per ragione di giustizia. Se Sallusti conferma la sua intenzione di rendere esecutiva la sentenza accadrà un duplice abominio: sarebbe sancito con il carcere l’esercizio del diritto di opinione e Sallusti finirebbe in prigione per errore giudiziario conclamato. Quel testo a firma ‘Dreyfus’ – dice – l’ho scritto io e me ne assumo la piena responsabilità morale e giuridica. Chiedo umilmente scusa al magistrato Cocilovo: le notizie su cui si basa quel mio commento sono sbagliate. Egli non aveva invitato nessuna ragazza ad abortire: la ha autorizzata, ma non è la stessa cosa. Chiedo umilmente per Sallusti la grazia al Capo dello Stato o che si dia spazio alla revisione del processo. Se qualcuno deve pagare per quell’articolo, quel qualcuno sono io”, ha concluso.

Ma ieri, dopo la condanna della Cassazione Sallusti ha annunciato le sue dimissioni, dichiarando che non avrebbe chiesto la  grazia –“In un Paese dove più che gli euro mancano le palle, non voglio concedere nessuna via d’uscita a chi ha partecipato a questa porcata. Non ho accettato trattative private con un magistrato (il querelante) che era disponibile a lasciarmi libero in cambio di un pugno di euro, prassi squallida e umiliante più per lui, custode di giustizia, che per me. Non accetto ora di evitare la cella”. “Non chiederò la pena alternativa dell’affidamento ai servizi sociali per sottopormi a un piano di rieducazione – spiega -. Perché sono certo che mio padre e mia madre, gli unici titolati a educarmi, abbiano fatto un lavoro più che discreto e oggi, che purtroppo non ci sono più, sarebbero orgogliosi di me e di loro”.

E l’alternativa della grazia non convince il direttore del Giornale per l’operato del Presidente della Repubblica, che “nel suo settennato nulla ha fatto di serio e concreto per arginare quella magistratura politicizzata che con odio e bava alla bocca si è scagliata contro chiunque passasse dalle parti del centrodestra e che ora, dopo avere ripassato i politici, vuole fare pulizia anche nei giornali non allineati alle loro tesi”.

 

 

 

Napolitano: “Sì a modifiche normativa su diffamazione a mezzo stampa”. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il ministro della giustizia Paola Severino, che si sono incontrati questa mattina al Quirinale, hanno convenuto sull’importanza delle esigenze di “modifiche normative in materia di diffamazione a mezzo stampa, tenendo conto delle indicazioni della Corte europea di Strasburgo, non escludendo possibili ricadute concrete sul caso Sallusti”.

Ed a margine di un’audizione alla Camera, Severino ha ribadito che la pena detentiva deve essere sempre un’extrema ratio: “se ci sono possibilità  alternative vanno percorse”.

 

 

Paolo Berlusconi rifiuta dimissioni. Paolo Berlusconi ha invece “rigettato fermamente le dimissioni di Sallusti le sue dimissioni  confermando la sua “più totale fiducia” al direttore per il quale ieri la Cassazione ha confermato la condanna a 14 mesi di reclusione per diffamazione aggravata. “Ero fermamente convinto che alla fine avrebbero prevalso la giustizia ed il buon senso – scrive Paolo Berlusconi -. Fa male avere invece la conferma che in quanto a giustizia siamo davvero un Paese da terzo mondo, un Paese in cui si va in galera per un’opinione e agli arresti domiciliari per un omicidio”. Pienamente d’accordo con Alessandro “quando rifiuta con decisione ogni scorciatoia, con un risarcimento o con l’affidamento ai servizi sociali, per evitare di subire questa insensata condanna. La sua è una battaglia di principio, in difesa del suo diritto di espressione e più in generale del diritto di tutti noi di vivere in un Paese democratico e liberale”.

 

 

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