Lei: “Non mi va più di parlare”
Lui: “Ti prego: non illudermi”
Questa una delle battute più esilaranti ed esaustive dello spettacolo comico Mi inviti a nozze, brillante testo di Valerio Groppa interpretato da Barbara Begala e Massimiliano Vado, che ne cura anche una regia precisa e ben strutturata con la produzione Virginy – Isola Trovata. La commedia è andata in scena dall’8 al 12 aprile 2026 all’Off/Off Theatre di Roma, con buon successo e partecipazione di un pubblico entusiasta e ben disposto verso l’interpretazione delle nevrosi, amorose o ataviche, di Lisa e Francesco, che si punzecchiano sin dalle prime battute come cane e gatto. I due protagonisti, loro malgrado costretti a trascorrere assieme un weekend in Grecia per il matrimonio dell’ex di lei con la di lui cugina, hanno sùbito di che lamentarsi: il loro incontro parte da una fila non precisamente mantenuta in aeroporto, cui si susseguono condivisione di posti su mezzi, albergo condiviso, aperitivo generale e altre situazioni in cui le psicosi dei due si sgranano e palesano una dopo l’altra, non senza imprevisti seppur con un prevedibilissimo – e anzi auspicato – lieto fine.
I cambi di scena, nella scenografia essenziale, sono affidati al sapiente disegno luci di Francesco Barbera e alle gradevolissime musiche di Fabio Lombardi, esaltando così l’emozionalità dei personaggi e la profondità del testo, che pone l’accento su quanto, alla fine, le proprie paturnie, se vissute in coerenza, possano condurre a inaspettate conclusioni, laddove non arrivino al parossismo. Lisa e Francesco rappresentano molto bene gli archetipi ‘venusiano’ e ‘marziano’, spesso scontrandosi inevitabilmente. Si accalorano, si accapigliano, ma quando per forza di cose si mettono reciprocamente a parte dei loro problemi esistenziali e delle loro manie ecco che le chiacchiere diventano, oltre a un espediente di superficiale sopravvivenza e lasciapassare per il quieto vivere, momento di sfogo personale e intimità profonda, coadiuvato da una certa maestranza nell’autoanalisi. Non più vane chiacchiere quindi, ma parole piene di senso e di significato; la separazione tra i sessi travalica l’esperienza del singolo e diventa rituale, quasi sacrificio collettivo, anche se, davanti alla prospettiva di una solitudine sofferta e poco gradita, l’ansia della diversità (che rischia di diventare quasi un disperato appiglio per criticare e soggiogare perennemente l’altro) viene superata dalla voglia di lasciarsi andare, facendo largo a una parte costruens, di certo via più goffa e meno battuta ma a lungo raggio di indubbio interesse e promettente, sicuramente più appagante.
Gli attori interpretano con grande maestria i due ruoli, definiti al punto di diventare schematici se non ripetitivi, non perdendo una sola battuta, incalzanti, travolgenti, ritmicamente ineccepibili, facilitando lo spettatore nell’elaborazione di riflessioni molto profonde sulla dipendenza emotiva che caratterizza la coppia sui generis, dipendenza patologica per alcuni versi e zona di comfort per altri; per cui pensieri ossessivi e ricorrenti si alternano e risuonano ridondanti come le onde di quel mare da sogno, ignoto e affascinante, che fa da sfondo e da sottofondo sonoro in alcuni momenti della storia.
Lui, ossessionato dal dover portare a termine ogni azione intrapresa, rappresenta un po’ ‘l’uomo-che-non-deve-chiedere-mai’ (tanto che il suo psicoterapista gli ha consigliato di parlare e attaccare spesso bottone con chiunque, per smaltire un vago senso di superiorità e distacco col quale vorrebbe difendersi dalle delusioni pregresse), deve confrontarsi e avere a che fare – in modo continuo e paradossale – con una donna logorroica con l’ossessione del controllo che vive in un mondo tutto suo, fatto di canzoni di Julio Iglesias e piccoli traumi (infantili e non solo). Riusciranno i nostri eroi a godersi l’esperienza? Perché, incastrati in un complicato passato, incatenati nel traffico delle loro autostrade neurali e perciò timorosi di un futuro che si prospetta triste e solitario, rischiano di perdersi un prezioso presente, di non percepire la magia e la leggerezza della festa cui sono invitati a essere partecipi, vivendola in modo stressante e quasi rancoroso, finché non smettono di accusarsi e iniziano allora ad aprirsi davvero, coi sensi e col cuore, scoprendo in fondo di condividere i medesimi pattern di difesa psichica e affettiva. Lo scontro fatto di ripicche e baruffe non può durare a lungo e deve altresì cedere il passo alla reciproca fiducia.
Le sagaci battute di Valerio Groppa tradiscono, oltre a una penna sapiente, grande sensibilità nei confronti della psiche umana, su tutto bisognosa di contatto e comprensione, sicché i suoi vivissimi Lisa e Francesco, attraverso un dialogo ferrato, incessante ma autentico, si riconosceranno nelle proprie nevrosi, tanto da sorriderne quasi. Lo spettacolo si muove su un sostanziale equilibrio tra comicità e introspezione, ottimamente reso dagli interpreti con dinamismo e autenticità, e l’essenzialità delle scene, quasi oniriche, che li fanno a volte stagliare sullo sfondo come fossero ombre, proiettano lo spettatore in un contesto intimo di sottile e piacevole straniamento.
I protagonisti passano dall’iniziale antipatia reciproca a un confronto risolutivo e terapeutico, virando per incontri fugaci e incappando in prevedibili scontri, sempre conflittuali, che evidenziano il loro sentirsi soli tra tanti, per poi riconoscersi e avvicinarsi in un semplice e risolutivo bacio, anche questo inizialmente sottoposto a interpretazione chirurgica da parte dei due. E allora sì, viene da pensare che l’incontro fortuito (ma non troppo) tra due adulti “sentimentalmente invalidi”, possa andare oltre il giudizio e le altrui aspettative – e non per forza per il timore di restare soli, quanto per un senso di rinnovato entusiasmo e leggerezza nei confronti della vita che, come sua unica chiave, ha l’amore.
Maria Raffaella Pisanu
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