Muore nella sua Fiat Punto.



 

E’ accaduto  ieri mattina nel torinese. Ad accorgersi della morte la sorella  Anna Maria, da sempre sua unica compagna di vita, e da un po’ di tempo anche di sventura.  Lo ha chiamato diverse volte, ma l’uomo non ha risposto: «Gli ho preso il polso ma non ho sentito il battito». Uscita dall’auto, Anna Maria ha telefonato con il cellulare: «Non c’era credito ma ho composto il numero d’emergenza e ho chiamato l’ambulanza». Poi la donna è rientrata nella vecchia Fiat Punto e ha accarezzato il volto del fratello maggiore: «Non lasciarmi sola», ha implorato. Però Silvio Garino, 65 anni, non respirava più. Morto nel sonno durante la notte, forse per un infarto, secondo il medico legale Paolo Guizzardi. Disteso sul sedile posteriore di quell’auto che per lui e la sorella Anna Maria, di due anni più giovane, era diventata la casa.

I due a fine maggio infatti,  erano  stati sfrattati per morosità da quel piccolo appartamento di Cirié, non pagavano più l’affitto e le bollette, la luce era stata tagliata. Non avevano un quattrino e «si erano ridotti a vivere come barboni», dice ora chi li conosce. «Non è vero – ha spiegato la donna al capitano Roberto Capriolo, comandante della compagnia di Venaria che ha competenza su Lanzo Torinese, centro di mezza montagna dove la coppia si era rifugiata -. Noi non abbiamo mai chiesto l’elemosina, non siamo dei mendicanti e nonostante le difficoltà di questi ultimi mesi, abbiamo sempre mantenuto, per quanto ci è stato possibile, un comportamento dignitoso». La donna giura che il periodo buio sarebbe finito presto: «Avevamo fatto domanda per la pensione e ci era stato promesso che l’avremmo ottenuta, così da poterci permettere di nuovo un alloggio».

A Cirié, cittadina a Nord di Torino, poco più di quindicimila abitanti, Silvio e Anna Maria erano conosciuti: «Per anni hanno gestito un bar-tavola calda. Ci sapevano fare, erano affiatati: lui serviva, lei cucinava», ma poi le cose sono andate male. «Siamo stati costretti a chiudere. Non riuscivamo più a pagare i fornitori, avevamo dei debiti, abbiamo anche avuto dei problemi nel lasciare l’attività» ed è stato il tracollo. «All’inizio – spiega Anna Maria – e in attesa di una sistemazione, abbiamo alloggiato per due settimane in una pensione. Poi, finiti i nostri pochi risparmi, siamo andati via e ci è rimasta solo l’auto».

Scosso Francesco Brizio, sindaco di Ciriè: «Mi chiedo perché – dice – non si siano rivolti ai servizi sociali del Comune, li avremmo certamente aiutati». Forse per vergogna, per un sussulto di dignità: «C’è da comprenderli – riferisce un vecchio cliente del bar trattoria -. Silvio, in particolare, era una persona orgogliosa e nascondeva a tutti la sua condizione di indigenza. Non a caso a dormire andavano a Lanzo, qualche chilometro fuori da Ciriè, perché temevano che qualcuno potesse accorgersi del loro dramma». A Lanzo, sempre nello stesso parcheggio di via Loreto «perché – ha spiegato Anna Maria ai carabinieri -, a Loreto c’é la casa della Madonna e io in questi mesi ho sempre pregato perché anche noi potessimo trovare una sistemazione». Una casa, una pensione, tornare alla normalità, invece «di girare, dopo l’orario di chiusura, per tutti i mercati della valle alla ricerca degli scarti che vengono abbandonati e che per noi erano il pasto», ha detto Anna Maria tra le lacrime. «Non ne potevamo più di frugare nei cassonetti, ma sempre stando attenti a non farci vedere da nessuno». Fratello e sorella, compagni in una vita che li ha visti sempre insieme, «nessuno di noi due si è mai sposato» e ora separati «dopo la disgrazia. Non c’è più il mio faro – conclude Anna Maria -, Silvio è sempre stato una guida, vorrei morire anch’io».

 

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