Morto Vincenzo Schiavone, il boss dei casalesi

A San Cipriano d’ Aversa, si è spento il boss della camorra, Vincenzo Schiavone . O’ Copertone, il soprannome con cui era conosciuto all’ interno del clan, è morto la scorsa notte, nella sua abitazione, dopo una lunga malattia. Arrivato alla fine dei suoi giorni la magistratura gli ha concesso di morire tra le mura di casa.

Dal 18 agosto scorso, l’uomo era stato trasferito dal carcere di Cagliari, ad una clinica del capoluogo sardo e poi in una a Napoli, fino a quando la magistratura gli ha concesso di morire tra le mura di casa.

Il suo arresto risale al 25 aprile scorso. La Schiavone  lo catturò a Sant’Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino, dove seguiva una terapia riabilitativa dopo un’operazione in una clinica di Milano. Aveva chiesto attraverso i suoi avvocati di essere ricoverato lì, ma i giudici del tribunale di sorveglianza ad agosto gli avevano negato l’uscita dal carcere, inviandolo al “Buoncammino” di Cagliari.

Detto “copertone” per la sua abitudine, sembra, di firmare gli omicidi dando fuoco al cadavere della vittima accanto ad una massa copertoni d’auto, Schiavone era ricercato dal 30 settembre 2008 quando era sfuggito al blitz ‘Spartacus 3’, che portò all’esecuzione di 107 ordinanze di custodia cautelare contro il clan dei Casalesi. In quella circostanza le forze dell’ordine sequestrarono il suo computer nel quale era annotata la contabilità del clan,  compresi i nomi di tutti gli imprenditori e commercianti che venivano sottoposti a taglieggiamento.

Secondo gli inquirenti, era incaricato di raccogliere i proventi delle attività estorsive e di curarne la gestione per la distribuzione degli stipendi ai membri del clan. Avrebbe anche partecipato al condizionamento di alcune campagne elettorali e all’affidamento di appalti pubblici sia per la realizzazione di opere pubbliche che per la gestione dello smaltimento dei rifiuti. Nel computer di Schiavone era stato trovato un file nel quale erano riportati l’elenco degli affiliati e la lista dei loro ‘stipendi’, nonché i nomi di tutte le aziende che pagavano il pizzo nell’agro aversano.

Le principali accuse a suo carico erano di associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione pluriaggravata, ricettazione, porto e detenzione illegale di armi da fuoco. Per gli investigatori sarebbe stato colui che approvvigionava di armi la fazione Schiavone del clan dei Casalesi (quella che fa riferimento allo zio Francesco Schiavone detto “Sandokan”, in carcere al 41bis) e il reggente della stessa fazione dopo l’arresto di quasi tutti gli esponenti di spicco.

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