“Misurare il salto delle rane”, tra energia scenica e un equilibrio difficile

“Misurare il salto delle rane”, firmato da Carrozzeria Orfeo e in scena al Teatro Vascello di Roma fino all’8 febbraio, conferma ancora una volta la solidità di una compagnia che nel panorama teatrale italiano ha avuto il merito raro di costruire un percorso autonomo, riconoscibile e popolare, capace di intercettare il pubblico senza rinunciare a una drammaturgia originale e ambiziosa e che anche in questo lavoro porta in scena uno spettacolo oggettivamente ben fatto, curato nelle interpretazioni, nella scrittura e nell’apparato visivo, pur senza riuscire però a compiere quel salto ulteriore verso una vera dimensione di incanto.

Al centro della scena domina in modo quasi assoluto il personaggio della matta, interpretato da Noemi Apuzzo, un’attrice di straordinaria presenza fisica e potenza attoriale che riesce a riempire lo spazio con un’energia continua, nervosa e imprevedibile, costruendo una figura di follia psichiatrica che non scivola mai nel bozzetto ma resta sempre pericolosa e viva, una furiosa creatura con due braccia che diventano due mattarelli, anzi due martelli, in un gioco linguistico e simbolico che attraversa il testo di “Misurare il salto delle rane” e che trova il suo apice quando il personaggio si blocca improvvisamente e poi aggredisce a martellate chi le capita davanti, rendendo quel gesto una chiave di lettura importante dell’intero spettacolo.

Accanto a lei, Elsa Bossi e Chiara Stoppa, dimostrano grande professionalità e precisione, nulla da eccepire sulle interpretazioni né sulla qualità delle battute, che risultano ben scritte e spesso efficaci; è però nella costruzione drammaturgica complessiva di “Misurare il salto delle rane” che qualcosa sembra non tenere, poiché la storia accumula eventi, colpi di scena, rivelazioni e snodi narrativi in quantità eccessiva, come se avesse paura del vuoto e del silenzio, finendo per appoggiarsi a una struttura che ricorda più il ritmo e le soluzioni delle serie televisive che il respiro del teatro, che invece avrebbe bisogno di un tempo diverso e di una sospensione più radicale.

È proprio in questo scarto che si inserisce una sensazione di spaesamento, perché in alcuni passaggi i dialoghi sembrano adottare una brillantezza pseudoarguta di matrice seriale, fatta di battute rapide e ammiccamenti che rimandano a certi telefilm americani, una scelta che entra in attrito con l’ambientazione e con la natura del racconto, dal momento che la lingua finisce per non appartenere più davvero a quel paesino di montagna, risultando come il segno di una colonizzazione immaginaria che ne altera il suono e la verità, perché quei dialoghi, semplicemente, lì non li sentiremmo mai.

La scenografia, al contrario, colpisce per la sua ricchezza concreta, finalmente non solo concettuale ma anche materica e visiva, un elemento raro e prezioso che restituisce un senso di luogo e di mondo; mondo che tuttavia resta fragile dal punto di vista della credibilità interna, poiché la vicenda della giovane donna che fugge da un marito che ama e teme insieme, terrorizzata dall’atto sessuale e dai suoi occhi, e che approda in un paese di pescatori non si sa bene per quale motivo, per poi trovare una bottiglia con un messaggio e arrivare incredibilmente alla madre della ragazza morta, procede per concatenazioni che non risultano davvero motivate.

Quando si scopre che la ragazza si è suicidata perché incinta di un uomo desiderato anche dalla cugina o sorella psichiatrica, e che quest’uomo viene poi ucciso a martellate e sepolto dalle due donne, la storia di “Misurare il salto delle rane” abbraccia apertamente l’assurdo, ma senza riuscire a trasformarlo in dimensione simbolica o magica; e così anche il finale, che riunisce le tre donne insieme con la madre che rinuncia al suo cammino solitario nei boschi, appare più come una soluzione forzata che come un approdo necessario.

Una nota a parte, e qui concedeteci una digressione sentimentale perché chi scrive teatro lo fa anche di cuore, va alla scelta dei costumi, firmati da Elisabetta Zinelli, che riescono con pochi dettagli a evocare un’epoca e a colpire direttamente la memoria emotiva; quei bomber bordeaux con l’interno arancione chiaro sono stati un piccolo salto nel tempo, un ritorno immediato agli anni Novanta, a quelli che li indossavano davvero, noi e i nostri amici, mentre il sacchetto di jeans che compare in scena è stato un altro colpo al cuore, un dettaglio apparentemente minimo ma capace di aprire un intero album di ricordi, dimostrando come anche l’abito, quando è pensato con intelligenza, possa diventare drammaturgia.

“Misurare il salto delle rane” resta dunque uno spettacolo importante e rispettabile, sostenuto da un grande lavoro attoriale e da una compagnia che continua a rappresentare un punto di riferimento per il teatro contemporaneo italiano; ma che in questo caso sembra fermarsi un attimo prima di quel salto decisivo che avrebbe potuto rendere l’assurdo davvero necessario e il racconto capace di toccare una dimensione più profonda e misteriosa, perché il problema, in fondo, non è che la storia sia poco realistica, ma che non riesca a diventare davvero magica.

Barbara Lalle

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