Il Ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, è al centro del dibattito pubblico per le recenti proposte di riforma scolastica che potrebbero rivoluzionare il sistema educativo italiano. Il suo percorso accademico e professionale rivela una figura con una solida formazione classica e una lunga esperienza nel mondo universitario.
Giuseppe Valditara nasce a Milano il 12 gennaio 1961. Dopo aver conseguito la maturità classica presso il prestigioso Liceo Berchet di Milano nel 1979, prosegue gli studi presso l’Università Statale di Milano, dove si laurea in Giurisprudenza nel 1984. Fin dai primi passi della sua carriera accademica, Valditara si concentra sullo studio del diritto romano e delle istituzioni giuridiche antiche, dimostrando un forte interesse per la tradizione classica che oggi caratterizza le sue proposte di riforma scolastica.
Nel 1985, Valditara vince il concorso per il dottorato di ricerca in Diritto Romano e Diritti dell’Antichità presso l’Università di Bologna, completandolo nel 1988. Nello stesso anno, diventa ricercatore presso l’Università Statale di Torino, avviando una lunga carriera accademica che lo porterà a essere uno dei principali esperti italiani di diritto romano.
Nel 1992, diventa professore associato e, due anni dopo, ottiene la cattedra di Istituzioni di Diritto Romano all’Università di Torino, dove insegna anche Storia del Diritto Romano. Nel 1997 viene nominato professore ordinario, consolidando il suo ruolo di studioso di riferimento nel panorama accademico italiano.
Parallelamente alla carriera accademica, Valditara si impegna attivamente nel mondo politico e istituzionale. Tra il 2000 e il 2001, ricopre il ruolo di assessore provinciale all’Istruzione e all’Edilizia scolastica della Provincia di Milano. Dal 2001 al 2013 è senatore della Repubblica, dedicandosi in particolare alle tematiche legate all’istruzione, all’università e alla ricerca.
Autore di numerose pubblicazioni accademiche, Valditara ha esplorato temi come la codificazione delle leggi nell’antica Roma, il diritto privato romano e la storia delle istituzioni politiche e giuridiche. Tra i suoi lavori più significativi, si segnalano “Studi sul Magister Populi”, che gli è valso il Premio Internazionale per la miglior opera di storia delle istituzioni politiche e giuridiche.
Le riforme scolastiche e le critiche
Le proposte di riforma scolastica avanzate dal Ministro Valditara riflettono la sua formazione accademica e il suo interesse per le radici culturali. Tra le novità più significative, si annoverano il ritorno del latino nelle scuole medie e lo studio della Bibbia e dell’epica classica già dalle elementari. Queste scelte, secondo il ministro, mirano a rafforzare l’identità culturale e a migliorare le competenze linguistiche degli studenti.
La proposta di riforma delle Indicazioni Nazionali per il primo ciclo (dunque riguardanti la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado, già scuola media) presentata dal ministro Giuseppe Valditara rappresenta un tentativo di rivoluzionare un segmento scolastico che, paradossalmente, non necessita di rivoluzioni e che appare avere un sapore ideologico, non pedagogico o didattico. La scuola primaria italiana, cosa che non sanno tutti, è universalmente riconosciuta come una delle migliori al mondo. Lo confermano le rilevazioni internazionali come quelle dell’IEA (International Association for the Evaluation of Educational Achievement), che collocano gli studenti italiani ai vertici per competenze in lettura e matematica. Intervenire su un sistema che si dimostra eccellente, introducendo modifiche di matrice retrograda, rischia di compromettere i risultati frutto di decenni di innovazioni e di sforzi condivisi.
Nel 1951 la popolazione italiana era in gran parte priva di titoli di studio superiori: solo il 4,25% aveva conseguito un diploma, l’1,32% una laurea, mentre il 42,32% aveva la sola licenza elementare e il 34,19% si fermava all’auto alfabetizzazione di base, senza alcun titolo. Gli analfabeti rappresentavano l’8,32% della popolazione. In altre parole, il 94,43% degli italiani, anche se studiavano il latino alle medie e imparavano le poesie a memoria, non andava oltre l’istruzione obbligatoria, configurandosi come disperso scolastico secondo gli standard attuali (Early School Leaver nelle definizioni internazionali: colui che non prosegue gli studi fino al conseguimento di almeno il diploma).
Oggi, invece, la dispersione scolastica si attesta al 10,5%, il valore più basso mai registrato, e l’89,5% dei giovani in età da diploma sotto i 20 anni lo ha conseguito nel 2023 (dato che comprende anche ragazzi senza cittadinanza italiana presenti nella nostra scuola). La percentuale di laureati tra i 30 e i 34 anni è oggi del 26,8%. Questi progressi sono evidenti anche nei confronti internazionali: sebbene l’Italia sia agli ultimi posti nei livelli di competenze della popolazione adulta secondo le rilevazioni OCSE PIAAC, i quindicenni italiani si posizionano a metà classifica nelle rilevazioni OCSE PISA. Ciò significa che le giovani generazioni mostrano competenze migliori rispetto agli adulti, sfatando il mito del declino educativo.
Le dichiarazioni del ministro, che evocano una “scuola della memoria”, rivelano un approccio nostalgico che ignora i profondi cambiamenti culturali e sociali degli ultimi decenni.
La scuola primaria italiana, per come è strutturata oggi, rappresenta un modello di inclusività e innovazione riconosciuto a livello internazionale. La sua forza risiede nell’approccio integrato, che combina l’acquisizione delle conoscenze con lo sviluppo delle competenze trasversali, come la capacità di lavorare in gruppo, la risoluzione dei problemi e il pensiero critico. Questo modello, che si basa su un’idea di scuola come comunità educante, contrasta nettamente con la visione individualista e disciplinarista proposta dalla riforma Valditara.
Mentre si discute di riforme che guardano al passato, si ignorano le vere sfide del presente. L’Italia continua a soffrire di divari territoriali enormi nell’offerta educativa, con il Sud e le aree interne penalizzate da una cronica mancanza di risorse. L’OCSE da anni invita il nostro paese a investire nel ciclo prescolare e primario, considerato fondamentale per ridurre le disuguaglianze e promuovere lo sviluppo economico.
L’Italia ha bisogno di investire nella formazione dei docenti, nel miglioramento delle infrastrutture scolastiche e nella riduzione delle disuguaglianze territoriali e la scuola deve essere uno strumento di emancipazione e di inclusione, non un laboratorio per sperimentazioni superate, sia idealmente che praticamente.
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