L’Italia si è detta pronta a intervenire nello Stretto di Hormuz per garantire la libera navigazione. No, non abbiamo cambiato idea. E no, non è una scelta del tutto autonoma. Quando mobilita mezzi militari, il nostro Paese deve sempre renderne conto all’egemone che guida l’Europa, cioè gli Stati Uniti.
Come per la questione ucraina, l’eventuale missione italiana riguarda il dopoguerra, ossia avverrebbe una volta cessate le ostilità. Roma si mobiliterebbe, dunque, soltanto di concerto con gli altri Paesi europei (i cosiddetti “Volenterosi”) e soltanto su direzione americana. Detto questo, nel concreto la Difesa italiana ha già predisposto due cacciamine ed è preparata a offrire unità navali della Marina.
Lo abbiamo accennato, ma diciamolo chiaro e tondo: la libertà di navigazione dei mari globali, in corrispondenza degli stretti come quello di Hormuz, è garantita dalla potenza militare statunitense. Ogni intervento di Paesi satelliti come l’Italia è di supporto e sempre concertato con Washington. A nostra volta, però, ci sono passaggi interni alla politica nostrana che non possono essere evitati.
È infatti necessaria l’autorizzazione da parte del Parlamento. Nel dettaglio, l’invio e la proroga delle missioni internazionali sono regolati dalla legge n. 145 del 2016 (riformata nel 2024) e prevedono il seguente schema:
lo studio e la specificazione di obiettivi, area geografica e copertura finanziaria della missione;
una chiara delibera da parte del Consiglio dei ministri;
l’approvazione da parte delle Camere.
Il governo Meloni ha affermato che l’intervento italiano nel Golfo Persico potrà avvenire anche al di fuori dell’ombrello dell’Onu. Anche questo non ci deve stupire: le Nazioni Unite sono un’organizzazione multilaterale predisposta dagli Usa e non hanno alcun vincolo operativo. Duro ammetterlo, ma il ricorso all’Onu è di facciata dal punto di vista pratico, da sempre.
Prima di passare la palla al Parlamento l’Italia è tenuta a stabilire, come già precisato, gli obiettivi e la portata del proprio impegno nello Stretto di Hormuz. In pratica, quali mezzi militari inviare nel Golfo. Questa prima valutazione verrà compiuta in seno al vertice tecnico-militare coi “Volenterosi” – in particolare Francia, Germania e Regno Unito tutti uniti in quello che viene definito formato E4 – previsto a Londra per la prossima settimana.
Giorgia Meloni ha fatto riferimento a “esigenze concrete” come lo sminamento, campo in cui il nostro Paese rappresenta un’eccellenza mondiale. A tal proposito due navi cacciamine sono state già approntate per intervenire in qualsiasi momento. A sostegno sono pronti anche annessi palombari specializzati e droni subacquei. Come in ogni missione per conto degli Usa nei mari “di mezzo” tra gli oceani Atlantico e Indiano, la discesa in campo dei mezzi italiani è sempre in funzione di supporto logistico.
Quali mezzi militari può inviare l’Italia, il ruolo delle cacciamine
Abbiamo parlato di cacciamine. Trattandosi di missione di pace e non di guerra, come abbiamo sottolineato, le navi italiane interverrebbero in regime di cessate il fuoco. Le unità più avanzate sono per l’appunto quelle dedicate allo sminamento. Un’azione necessaria in un tratto di mare molto stretto in cui l’Iran ha riversato ingenti quantità di ordigni per difendere le proprie coste da un’eventuale invasione israelo-americana.
Ebbene, il nostro Paese dispone di otto navi cacciamine, con il “Vieste” e il “Gaeta” in testa. Si tratta di grandi imbarcazioni dotate di sonar e radar di ultima generazione, che riescono a individuare con estrema precisione la posizione degli ordigni in acqua, tramite l’impiego di onde sonore, e avvertire così gli equipaggi alleati di ogni possibile pericolo.
Il compito non si esaurisce però qui. Una volta identificate le mine sui fondali, viene mandato “in avanscoperta” un drone subacqueo guidato da remoto, dotato di telecamere. A seguire intervengono gli “artificieri dei mari”, cioè i palombari della Marina militare specializzati nel disinnesco di ordigni. A bordo delle unità italiane si trova anche una camera iperbarica, per soccorrere prontamente il personale subacqueo in caso di embolia.
L’Italia ha già utilizzato le proprie cacciamine in supporto a missioni americane nei mari “di mezzo”. La prima volta fu nel 1987, durante la prima crisi del Golfo. Come in passato, per svolgere il proprio compito le cacciamine hanno bisogno di navi di supporto logistico o di una fregata. In questo caso l’intervento italiano comprenderebbe anche il dispiegamento di imbarcazioni come l’Atlante o l’Etna.
C’è tanto, forse troppo rosso nello sbarco di Giorgia Meloni all’Eliseo: il granata dell’Alfa Romeo Stelvio, il colore del tailleur scelto per il vertice parigino e quello, metaforico ma bruciante, della lettera scarlatta che Donald Trump le ha appena cucito addosso. L’immagine racconta un mondo al contrario: la premier, un tempo fiore all’occhiello dell’asse con Washington, arriva a Parigi ferita e cerca rifugio nelle braccia dell’ex rivale Emmanuel Macron. A trasformarla in un bersaglio è stato l’ennesimo siluro sganciato in tre giorni dall’ormai ex alleato americano.
Giovedì notte, sul suo social Truth, Trump ha emesso la sentenza: “L’Italia non c’è stata per noi, non ci saremo per loro”, brandendo un articolo del Guardian sul rifiuto di Roma di concedere la base di Sigonella per il transito di armi verso l’Iran. Per oltre un anno la premier è rimasta sulla porta dei “Volenterosi“, con una partecipazione quasi sempre in videocollegamento. Stavolta si iscrive a pieno titolo nel club: non solo presenzia di persona, ma sale sul podio per la conferenza stampa coi principali leader europei, suggellando la nuova postura con una promessa: “L’Europa farà la sua parte, l’Italia farà la sua”.
Il senso del vertice va cercato nel suo peso politico, più che in intese militari. La leader di FdI dà il via libera all’operazione per garantire la libera circolazione delle navi e permettere, di conseguenza, che i prezzi dell’energia tornino a scendere. Assicura infatti che, qualora la forza multinazionale dovesse salpare, noi ci saremo: “L’Italia offre la disponibilità a schierare le proprie unità navali, chiaramente sulla base di una necessaria autorizzazione parlamentare imposta dalle nostre regole costituzionali”. Ma fissa condizioni precise: l’intervento “può essere avviato soltanto quando vi sarà una cessazione delle ostilità, in coordinamento con tutti gli attori regionali e internazionali e con una postura esclusivamente difensiva”.
Un approccio cauto. È voce diffusa, tanto a Parigi quanto a Roma, che le imbarcazioni potrebbero essere due cacciamine della Marina Militare, Gaeta e Rimini, attualmente in addestramento non troppo lontano da Hormuz. Per il governo il modello resta la missione Atalanta e, soprattutto, Aspides, considerata “un’esperienza preziosa”; inoltre, una risoluzione delle Nazioni Unite non è ritenuta una pre-condizione necessaria. Le forze di opposizione, però, alzano un muro e chiedono il mandato del Palazzo di Vetro. “Una missione in uno scenario così delicato deve essere chiara nelle regole di ingaggio e avere una forte base giuridica fondata sul diritto internazionale”, sottolinea Giuseppe Provenzano del Pd.
Passaggio definito “imprescindibile” dal M5s. Sulla stessa linea Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli (Avs): “L’operazione potrà avere il nostro consenso in Parlamento solo se dotata di un chiaro mandato dell’Onu”. Italia Viva precisa di starci solo “con un quadro internazionale condiviso”, mentre Carlo Calenda apre al sostegno per “tutte le iniziative in cui il Paese contribuisce alla stabilità globale nel rispetto delle regole”. A chiudere il cerchio provvede il ministro della Difesa, Guido Crosetto: “Non capisco perché per una missione così importante ci possano essere dei no. In un momento del genere dovrebbe essere facile ritrovarsi su posizioni comuni”.
Al di là delle mosse sul campo, la svolta politica è netta e imposta dagli eventi: mantenere l’equilibrio nella tempesta scatenata da Trump era impossibile. Questa rottura costa cara. Meloni rientra in Europa indebolita da una sconfitta strategica che le sottrae la scena e azzera tutti i vantaggi del suo asse privilegiato con il tycoon. Il governo non tenta ricuciture, benché Crosetto auspichi “che gli Usa apprezzino l’impegno dell’Europa”. Appare rassegnato a uno strappo che sembra insanabile. La distanza resta siderale e fa riaffiorare vecchi rancori: non a caso, nel bilaterale con il segretario Usa al Tesoro, Scott Bessent, al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sono state rinfacciate la web tax e il controllo sugli investimenti stranieri. Non è tattica, è un divorzio. La “neo-Volenterosa” Meloni trova riparo all’Eliseo, ma sul palcoscenico internazionale deve ripartire da zero.
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