“Sono finiti e non è una cosa che mi riempie il cuore di tristezza”: Matteo Renzi senza mezzi termini sul destino dei 5 Stelle. Il leader di Italia Viva da tempo ipotizza la morte politica dei grillini e i fatti degli ultimi giorni sembrano confermare la sua tesi.

“Il M5s ha rappresentato la speranza di cambiare qualcosa, ma l’unica cosa che hanno cambiato è idea”, l’analisi dell’ex primo ministro ai microfoni di Non è L’Arena: “Erano per bloccare il gasdotto della Tap, ora lo vogliono raddoppiare. Erano contro la Tav, ora inaugurano le stazioni. Volevano uscire dall’euro e oggi si vantano di essere europeisti. Volevano l’impeachment per Sergio Mattarella e oggi lo chiamano ‘l’angelo custode’”. Senza dimenticare le giravolte su Draghi e sulle alleanze: il M5s, infatti, è l’unico partito che è sempre stato al governo alleandosi con tutti.

“La definizione dei 5 Stelle l’ha data Luigi Di Maio: il partito dell’odio”, la stoccata di Renzi nel corso del dialogo con Giletti. Ma non è tutto. Per il senatore di Rignano la faida pentastellata non è legata alle posizioni sulla crisi in Ucraina, ma alle poltrone. “Loro hanno in testa il secondo mandato”, la sua analisi tranchant al Messaggero.

A proposito del ministro degli Esteri, Renzi non intravede un suo approdo nell’area centrista. “Di Maio ha rinnegato tutte le idee che lo hanno portato in parlamento: bene, meglio tardi che mai. Ma questo non significa dargli la leadership dell’area Macron”, il monito dell’ex segretario Pd. Renzi, infatti, ha ricordato che il titolare della Farnesina “è pur sempre l’uomo che ha visitato i gilet gialli. Stiamo ancora aspettando che si scusi per le sue parole sulla Boschi dopo l’assoluzione su banca Etruria e contro gli amministratori del Pd su Bibbiano”.

Da osservare  l’imprinting culturalmente nullista e politicamente nichilista del Movimento 5 stelle che ben si rispecchia nel gioco delle parti tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio,  che i due scelgono di volta in volta di recitare, per ritagliarsi uno spazio e un futuro politico. 

È una tira e molla, un avanti e indietro non iniziato oggi, ma dall’avvio di questa legislatura, che li ha legati in modo tanto casuale, quanto indissolubile e che ha costruito attorno alla loro relazione e opposizione – e al loro rapporto con Beppe Grillo – l’esperienza di governo di quell’orda di uomini-massa che  Gianroberto Casaleggio aveva condotto e poi abbandonato nelle stanze del potere, senza  spiegare nel manuale delle istruzioni o disporre nel testamento politico che cosa i suoi eredi avrebbero dovuto fare, una volta occupato il Palazzo, non potendosi limitare a sfasciarlo, come pure avevano promesso ai milioni di elettori-massa, che li avevano entusiasticamente plebiscitati per fare piazza pulita della politica.

Per lungo tempo, durante i governi Conte I e I-bis, al giurista  emerso dal nulla, nei giri di Alfonso Fofò Dj Bonafede, è toccata la parte del buono, del moderato, del responsabile e del dialogante, mentre al capopopolo ghignante, capo supremo del partito del Vaffanculo, su designazione dell’Elevato, spettava quella del cattivo, dell’estremista, del gilet giallo in grisaglia ministeriale.

Il fatto è che qualunque spiegazione personale e soggettiva del rapporto tra Conte e di Maio e tra le parabole del Movimento 5 stelle di lotta e di governo, impersonate ora dall’uno, ora dall’altro, è destinata a essere vana se non parte dalla natura storica e oggettiva di quel mostruoso esperimento sociale, che ha costruito sul vuoto dell’alienazione politica un meccanismo di identificazione personale e di mobilitazione collettiva e che ha privato di qualunque contenuto ideologico e riempito di una miscela esplosiva di risentimenti privati un’ideale di rivalsa, quando non di vendetta, espresso dall’intimazione oscena dell’onestà e dalla promessa minacciosa della galera contro i nemici del popolo.

Se l’Elevato dà l’impressione di volere, ma di non sapere come tirarsi fuori da questo pantano, l’imprinting culturalmente nullista e politicamente nichilista del M5S continuerà a pesare in un Paese in cui la politica è diventata, proprio grazie a lui, un rito apotropaico contro l’angoscia della rovina. Di quel che faranno Conte e Di Maio, anche chissenefrega. Ma la fine del M5S e di Grillo non sarà purtroppo la fine di quella superstizione di massa chiamata antipolitica.

“La luce del sole è il miglior disinfettante – scrive il fondatore del partito – Luce sia, dunque, sulle nostre ferite, sulla palude e sull’oscurità. Qualcuno non crede più nelle regole del gioco? Che lo dica con coraggio e senza espedienti. Deponga le armi di distrazione di massa e parli con onestà”.