Martone, Traviata come un film nel vuoto di teatro di oggi

Una ‘Traviata’ di Giuseppe Verdi, un’opera lirica ”che nasce in un teatro vuoto, come lo sono oggi drammaticamente tutti i teatri per colpa della pandemia, non realizzata e poi filmata, ma già costruita pensando alle riprese per farne un vero film, tanto da aver abolito la divisione in tre atti dell’originale, che pure seguiamo fedelmente”, spiega il regista Mario Martone, chiamato da Carlo Fuortes, sovrintendente dell’Opera di Roma, a questa seconda impresa che Rai3 ha programmato venerdì 9 aprile in prima serata, dopo il successo a dicembre di un analogo, cinematografico ‘Barbiere di Siviglia’. Del resto questa storia d’amore è stata costruita dal librettista Piave, sul dramma e il romanzo ‘La signora delle camelie’ di Dumas figlio, con l’intento di farne grande spettacolo, puntando su due scene centrali, ”le due grandi feste, due momenti dionisiaci, di sfrenatezza sociale che, alternandosi con la dimensione intima dei protagonisti, dà rilievo alla denuncia dura di Verdi di una società ipocrita e patriarcale, come accade anche nel ‘Rigoletto”’.

Scene di festa e ballo (coreografie di Michela Lucenti), quindi, imprescindibili, a loro modo trascinanti, ma che ancor più evidenziano come il tutto stia avvenendo in un teatro vuoto, con solo qualche oggetto scenico, compreso il grandissimo lampadario centrale del teatro calato in basso come unico elemento visivo per dare l’idea della festa.

La sensazione di vuoto è stata una mia precisa volontà per far partecipi gli spettatori del dolore di questo momento di particolare difficoltà per il mondo dello spettacolo, che non deve comunque far morire l’immaginazione, coinvolgendovi lo spettatore, anche quello lontano, televisivo”, spiega Martone, aggiungendo che ”tutto è stato allestito seguendo i protocolli anti Covid cine-teatrali, eseguendo più tamponi e congegnando l’azione per mantenere certi distanziamenti, anche tra i coristi”.

La storia borghese, ottocentesca, di questo amore ”è resa drammatica, oltre che dalla malattia di Violetta, dall’essere ognuno prigioniero di un suo ruolo sociale, morale e d’onore più rigido della forza dei sentimenti, creando un contrasto in cui il giovane Alfredo di buona famiglia è compresso sino a diventare violento, mentre lei è prigioniera del suo orizzonte, che le permette solo di essere una cortigiana, una mantenuta”. I due protagonisti sono impersonati da Lisette Oropesa (Violetta Valéry) e Saimir Pirgu (Alfredo Germont), mentre Giorgio Germont sarà interpretato da Roberto Frontali; Flora da Anastasia Boldyreva e il barone Douphol da Roberto Accurso, accanto ai quali saranno anche vari cantanti usciti da Fabbrica Young Artist Program dell’Opera di Roma. I costumi, che rimandano all’epoca, sono una creazione di Anna Biagiotti. Il coro, il corpo di ballo sono quelli dell’Opera di Roma come l’orchestra diretta da Daniele Gatti, ”che da parte sua cura in modo meticoloso il montaggio sonoro delle musiche, accanto a me che costruisco quello cinematografico per dare il giusto ritmo all’opera – precisa sempre il regista – che è un teatro in forma esponenziale, aggiungendo ai movimenti e le parole le note dello spartito, il che moltiplica le difficoltà, ma anche le possibilità, visto che tutto è stato realizzato direttamente dal vivo e non, come si fa spesso in questi casi, aggiungendo al missaggio le musiche registrate. Abbiamo ottenuto un risultato di cui sono stato sorpreso io stesso, in cui si sente quella dimensione bruciante dovuta ai tempi strettissimi, all’aver girato tutto in solo cinque giorni in cui l’orchestra suonava per cinque ore al giorno”.

Martone, nato regista teatrale con la fascinazione del cinema, poi regista cinematografico con radici teatrali, conclude invitando il pubblico a non essere timoroso dell’opera lirica, ”a lasciarsi andare a quel che vede e sente, aiutato tra l’altro a misurarsi con la lingua particolare, d’epoca del libretto, dai sottotitoli, e dal fluire ininterrotto, fluido della vicenda sino alla fine”.

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