Manovra e ripartenza: il 2025 sarà l’anno delle riforme per gli italiani

“Serve continuare ad abbassare le tasse per chi intraprende. Lo stiamo facendo con l’Ires premiale e con il taglio del cuneo fiscale”, annuncia il ministro degli Affari esteri, vicepremier e segretario di Forza Italia, Antonio Tajani, che individua nel “ceto medio” il target di riferimento per le riforme del fisco, passando per il sostegno alle partite Iva con la flat tax e la detassazione degli straordinari e dei premi di produzione.

Le idee ci sono, la maggioranza di centrodestra pure.

La manovra da circa 30 miliardi di euro, la terza del governo Meloni, licenziata dalla Commissione Bilancio di Palazzo Madama prima dell’approdo in Aula.

Le opposizioni unite hanno criticato aspramente l’iter blindato della legge di bilancio, parlando di “Parlamento umiliato” e “mortificato” da un “monocameralismo di fatto” che, secondo le minoranze, sarebbe ormai diventata una “patologia” delle Camere. La solita lagna, a cui ha replicato il centrodestra. “Davvero patetica la sinistra, che dopo aver devastato i conti pubblici con i bonus grillini, critica la manovra economica. Con le proposte di Forza Italia e del centrodestra abbiamo il record di occupazione, anche a tempo indeterminato, la disoccupazione, l’inflazione e lo spread ai livelli minimi. E la sinistra blatera perché fautrice con Pd e grillini di miseria, tasse e disoccupazione. Sconfitti dai numeri e dalla storia non gli resta che negare l’evidenza e rimpiangere la loro politica fatta di sprechi e disoccupazione. Portavano miseria, sono perdenti su tutti i fronti. Vincono solo con il primato delle bugie”, dichiara il capogruppo di Forza Italia al Senato, Maurizio Gasparri.

Ma il fatto che una delle due Camere abbia margini più che risicati per intervenire sulla manovra e discutere nel merito i provvedimenti è un tema che è stato sentito anche all’interno della maggioranza. Interpellato sulle proteste delle opposizioni, il presidente della Commissione Bilancio del Senato Nicola Calandrini (Fratelli d’Italia) dice che “questa non è una novità, ma qualcosa che accade da molti anni, ed è auspicabile che questo approccio possa cambiare. In Commissione nei giorni scorsi abbiamo valutato che si può tranquillamente tornare alle due letture piene da parte dei due rami del Parlamento. Per ottenere questo, serve approvare due ddl per la modifica di alcune leggi: una legata al regolamento di contabilità e l’altra relativa al pareggio di bilancio”. Al momento, però, “occorre farsene una ragione”, conclude il senatore di Fdi.

Per il 2025, il governo ha messo nel mirino le riforme, con una data di snodo. Il 20 gennaio arriverà la decisione della Corte costituzionale sull’ammissione del referendum abrogativo del ddl sull’autonomia differenziata. Proprio quest’ultima scadenza impone nei primi giorni post-Epifania un impegno del Parlamento che implica un necessario accordo bipartisan. Si tratta della nomina di ben quattro giudici costituzionali, per eleggere i quali occorre il quorum dei tre quinti, soglia che il centrodestra non raggiunge da solo. Sul fronte delle riforme, il primo voto rilevante ci sarà già l’8 gennaio nell’aula di Montecitorio, chiamata a esprimersi sulle pregiudiziali delle opposizioni contro la riforma della giustizia, con la separazione delle carriere dei magistrati, poi la Camera dovrà affrontare la votazione degli emendamenti su cui le opposizioni promettono battaglia. La maggioranza è comunque intenzionata ad approvarla entro il mese, per ottenere anche il sì del Senato prima della pausa estiva. Secondo quanto ha affermato Giorgia Meloni ad Atreju, ripartirà anche la riforma del premierato.

«Io credo che il futuro dipenda da ciò che facciamo nel presente. È finita la stagione delle misure a singhiozzo, o di quelle utili solo a raccogliere consenso», ha sottolineato Freni intervistato dal Corriere della Sera. «Guardiamo avanti con la consapevolezza che ci sono ancora tante risposte da dare al Paese. Per questo stabilità e continuità nei prossimi anni saranno essenziali», ha aggiunto, replicando alle critiche dell’opposizione, secondo la quale la manovra non impatterebbe sulla crescita. «Una manovra che l’anno prossimo avrà un impatto positivo sul Pil dello 0,3% – ha commentato l’esponente leghista – non mi sembra così ininfluente. Forse a sinistra hanno smarrito il senso della realtà o più semplicemente è per loro troppo difficile ammettere che abbiamo fatto la cosa giusta: sostenere il lavoro e rafforzare la sanità con risorse record».

«Non esistono manovre imposte al Parlamento, questa narrazione è un genere letterario»

Di senso opposto il Giappone ha approvato una legge di bilancio da record che ammonta a 730 miliardi di dollari per il 2025, sfidando economicamente le superpotenze cinesi e russe, oltre alla Corea del Nord. Lo stanziamento in valuta locale per il nuovo anno si attesta sui 115,54 trilioni di yen, la proposta passerà all’esaminazione della Dieta giapponese (assemblea), nella sessione ordinaria del mese prossimo. Per il 2025 il Giappone aveva già previsto un gettito fiscale da 78,44 trilioni di yen, ma l’esecutivo ha deciso di rinforzare gli utili varando nuove obbligazioni per 28,65 trilioni di yen per un finanziamento supplementare del bilancio. La scelta del governo giapponese mira anche a potenziare il welfare, ma l’attenzione del Sol levante rimane alta sulle eventuali minacce regionali, caratterizzate dalla veloce crescita militare cinese e la partnership tra Russia e Corea del Nord.

Quasi un terzo del bilancio giapponese, ovvero 38,28 trilioni di yen, dovrà coprire i costi delle misure welfare in aumento dopo il celere invecchiamento della popolazione e per garantire un’assistenza infantile adeguata: fare fronte all’emergenza dovuta al calo delle nascite è molto importante per il Giappone. La spesa per la difesa supera per la prima volta gli 8 trilioni di yen, arrivando fino a 8,74. I giapponesi avvicinano sempre di più la propria linea verso una logica occidentale: il Giappone non fa parte della Nato, ma nel corso del tempo ha sostenuto la causa dell’indipendenza ucraina mentre con la Cina e la Corea del Nord permane la sua diffidenza, anche per i sistemi governativi e gli approcci diplomatici molto diversi.

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