Manovra e ‘corta coperta’ per le discussioni parlamentari

Manovra fuori tempo massimo. Con 20 giorni di ritardo il testo definitivo della manovra si appresta a sbarcare in Senato. Ai  parlamentari per leggere il tutto, pochissimo. Il timing è il seguente: l’apertura della sessione di bilancio martedì, poi  le commissioni Bilancio di Camera e Senato inizieranno con le audizioni di soggetti istituzionali, associazioni e categorie. La commissione Bilancio del Senato sceglierà i relatori e, concluse le audizioni, avvierà la discussione generale. Poi si arriva a lunedì 29 novembre, dopo la presentazione degli emendamenti.

Nell’analisi della Verità  si preannuncia “anche quest’ anno una sorta di monocameralismo di fatto nell’esame del provvedimento. Tradotto, per il terzo anno di fila si arriva così in ritardo alla discussione in Aula, che l’iter normale previsto dalla migliore Costituzione del mondo deve essere forzato”. Non ci sarà il tempo affinché sia dalla Camera sia dal Senato vaglino il testo per poi farlo ritornare nelle commissioni competenti.  “Non è un caso che anche quest’ anno sia stato fissato un budget (circa 500 milioni, l’anno scorso erano 800)”, leggiamo sul quotidiano di Belpietro. 500 milioni di euro  “per gestire l’inserimento degli emendamenti con le relative voci di spesa. Esattamente la stessa logica – – è il commento – che ha portato il governo a creare un fondo da 8 miliardi da destinare al taglio delle tasse”.

Draghi ha delineato il perimetro entro il quale i partiti si possono muovere per chiedere modifiche. 500 milioni per i “ritoccchini”.  Ma si tratta di briciole. Il premier ha fissato i paletti generali, la sua visione economica, d’intesa con i parametri europei, che non deve essere modificata. All’interno di questo tracciato i partiti avranno agibilità di manovra limitata, su singoli articoli “di contorno”.

Draghi aveva promesso una riforma fiscale di cui non c’è traccia.

Prendiamo il fisco: “La partita che si giocherà sugli 8 miliardi di tagli. Da un lato Pd, ma anche Fdi e 5 stelle vorrebbero usare tutto per il taglio del cuneo fiscale. La Lega ha fatto sapere di voler ampliare la flat tax a 100.000 euro; e di destinare più risorse alle pensioni di invalidità”. Chi la spunterà? “La coperta resta cortissima”, i partiti troveranno un compromesso al ribasso e “non ci sarà alcuna riforma fiscale. Non ci sarà nel 2022. E forse nemmeno nel 2023” Perché? Nell’analisi si fa riferimento al governo Prodi che  «investì» per tagliare il cuneo fiscale  10 miliardi. Furono già pochi allora e infatti la misura non stimolò i consumi. “Figuriamoci con 8 miliardi stiracchiati cosa potrà succedere”. Dunque, i partiti si potranno contendere un mix “un po’ di  cuneo, un po’ Irap e qualcosina sulle aliquote”. Il che cozza con quanto Draghi promise al tempo del suo insediamento:  avviare una vera riforma fiscale sul modello di quanto accaduto alla fine degli anni Cinquanta. Nulla di tutto questo c’è all’orizzonte.

“Vogliamo occuparci di problemi, veri, delle emergenze dei cittadini”, ha detto la Meloni,  ‘’ a cominciare dalla legge di bilancio. La manovra in Senato è arrivato fuori tempo massimo. Bisogna capire se ci sono i margini per modificarla. Sarebbe inaccettabile votarla senza la possibilità di dire la nostra.  Le proposte dell’unico partito di opposizione non mancano. “Sul reddito di cittadinanza, sul taglio delle tasse, casa e pensioni, dove ci sono privilegi inaccettabili. Ci aspettiamo serietà anche dal governo“.

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