Camminare nel buio della sera per i vicoli a ridosso di piazza Navona ha già in sé qualcosa di magico, percorrere il lungo arco degli Acquasparta poi, offre la sensazione di attraversare una porta spaziotempo… ancora pochi metri e scopriamo il Teatro Tordinona, il più grande ed il più prestigioso teatro romano nel settecento e nell’ottocento, situato sull’argine dl Tevere, tanto che vi si poteva accedere sia dall’ acqua che dalla terra.
Entriamo. Tutto ci predispone alla suggestione che solo il teatro sa regalare, si spengono le luci di questa sala accogliente ed intima e ci immergiamo nel racconto di Flavio Albanese, attore/autore/regista/ricercatore ed insegnante, con un eccellente bagaglio di esperienze, dalla scuola con Strehler ai grandi classici portati in palcoscenico, nonché uno spiccato amore per la commedia italiana – studiata anche con Antonio Fava, scrittore e drammaturgo italiano, maestro di commedia dell’arte. Dal 2 al 7 dicembre
Albanese, solo su una scena nuda con un leggio ed un tavolino ingombro di maschere teatrali, inizia a parlarci della commedia, un genere che dalla Grecia di Aristofane alla Roma di Plauto, caratterizza il teatro. Faremo un viaggio a ritroso, dall’oggi alla Commedia dell’Arte del Seicento, scoprendo e riscoprendo personaggi che del teatro hanno fatto la loro vita e del rapporto col pubblico la linfa vitale di cui nutrirsi per poi restituirla al pubblico ed appassionarlo.
La storia della Commedia italiana inizia sorprendentemente con un moderno cartone animato che rappresenta i salienti caratteri comici del Varietà del Novecento, dalle grandi rappresentazioni all’avanspettacolo, povero e popolare ma che ha formato alcuni degli attori più celebri del secolo scorso. Uno schermo sul fondo della scena si anima a più riprese di vere chicche d’epoca, dandoci la sensazione di assistere ad uno spettacolo d’altri tempi. Le musiche intonate all’atmosfera, qualche refrain, ovvero le strofe che ricorrono invariate tra altre strofe del brano e tengono viva l’attesa del pubblico per la prossima battuta o trovata. Geniale l’idea di iniziare il racconto proiettando un cartone di Bruno Bozzetto, maestro del disegno e dell’ironia: un’esilarante “Sfida all’O.K. Corral” tra improbabili pistoleri western che mostra gli stratagemmi comici e il loro funzionamento, ovvero quello che ci coinvolge e ci diverte in una commedia.
Albanese ce lo spiega chiaramente, la commedia è un genere intelligente che parla al pubblico coinvolgendolo, rendendolo complice di quanto si svolge in scena e quindi direttamente protagonista. Nei suoi salti a ritroso nel tempo, l’autore analizza per ogni secolo uno stile e un protagonista. Il Novecento è dedicato al Varietà e al grandissimo Petrolini: un filmato d’epoca ce lo mostra intento ad affabulare il pubblico con i suoi scioglilingua incredibili, i suoi sguardi, il movimento delle labbra e del mento che tiene sospesi gli spettatori fino alla battuta che li farà esplodere in una risata. Come non pensare a Gigi Proietti che si fece interprete e continuatore di quella mimica e di quei tempi comici, adattandoli al nostro gusto contemporaneo.
Nel racconto scopriamo la storia di un altro mitico teatro romano, l’Ambra Jovinelli, parlarne non è un caso, perché il teatro permea la vita di una città, ne fa parte. Albanese narra storie di ogni genere, ci spiega che nel dopoguerra proprio questa idea di teatro animò Strehler e chi con lui si dette da fare per la creazione del Piccolo di Milano, perché il teatro è pensiero, cultura e vita, non si ricostruisce una città senza includere questo luogo dell’anima.
Continuando il percorso entriamo nell’Ottocento, il secolo delle dinastie di teatranti napoletani, Albanese ci presenta Antonio Petito, famosissimo Pulcinella, la cui storia si intreccia con quella di Eduardo Scarpetta che recitò con lui ed assistette alla sua morte quasi teatrale e ci conduce ai suoi tre figli, veri teatranti a tutto tondo tra cui spicca Eduardo. L’altro grande attore napoletano del tempo fu Gustavo De Marco, un comico teatrale che Totò ammirava e che gli ispirò la mimica e i curiosi movimenti adoperati nella sua iniziale fase artistica, fatta anche di comicità di strada, influenzando la creazione della sua originale maschera comica.
A passo di gambero si arriva al Settecento, il secolo di Goldoni e della sua riforma teatrale dalla commedia dell’arte ad una commedia di personaggi di spessore anche psicologico. Difficile prima di questo racconto immaginare un giovane Goldoni birichino, con disperazione di suo padre, che gira per scuole e collegi del nord Italia fino a scoprire a Rimini la sua autentica vocazione per il teatro! Un autore rimasto incompreso, lasciato da parte per secoli, fino al momento in cui Strehler lo riportò alla ribalta, rispettandone l’essenza ma rivisitandolo. Da allora è recitato proprio così, con i suoi personaggi e le sue maschere, prima fra tutte Arlecchino incarnato da attori straordinari quali Ferruccio Soleri ed Enrico Bonavera.
La macchina del tempo ci conduce all’ultima tappa, il Seicento che con la Commedia dell’Arte dette vita ad un teatro di improvvisazione, “a soggetto”, dove su un canovaccio scritto gli attori improvvisavano dialoghi e trovate sceniche, tra i più grandi Francesco Andreini, il famoso Capitan Spaventa, maschera tra le maschere delle compagnie di comici del tempo.
Ne “L’oro della commedia” in scena dal 2 al 7 dicembre al teatro Tordinona, scopriamo un filo sottile e prezioso che unisce periodi storici diversi nella forza espressiva e coinvolgente della commedia. Flavio Albanese ha scritto lo spettacolo e lo interpreta con la preziosa collaborazione artistica di Marinella Anaclerio, tenendo avvinti gli spettatori – per più di un’ora e mezza – nella fascinazione della commedia e delle sue espressioni, con un monologo che è una vera e propria lezione di letteratura, costume, recitazione e cultura del teatro italiano che incuriosisce e trasmette il desiderio di conoscere ed approfondire. Nel teatro di Albanese leggiamo il suo amore per la cultura e per il palcoscenico nonché la sua grande umanità, la ricchezza interiore e la generosità verso il pubblico: incarna quello che immaginiamo dovrebbe essere un vero uomo di teatro. Una lezione che, infine, per i ragazzi in particolare, rappresenta un’ottima occasione per uscire dalla banalità del “far ridere” odierno e scoprire la profondità e la difficoltà del vero genere comico.
Isa Maiullari
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