Il Medioevo continua a parlarci perché, più che un’epoca, è un’immagine: un deposito di paure, desideri e simboli che ogni generazione rimodella a propria misura. Da questa intuizione prende forma l’ottavo numero di Calibano, la rivista culturale dell’Opera di Roma realizzata con effequ, presentata il 24 novembre al Teatro Costanzi in vista del debutto del Lohengrin di Richard Wagner, diretto da Michele Mariotti e firmato da Damiano Michieletto, che inaugurerà la stagione 2025/2026.
La conferenza, moderata da Simonetta Sciandivasci Montemurro, giornalista de La Stampa, è stata costruita come un attraversamento a più voci del Medioevo reale e immaginario. Ad aprire la serata sono stati gli interventi di Carola Susani e Federico Canaccini, entrambi tra gli autori del nuovo numero della rivista.
Susani, autrice del racconto inedito che chiude il volume, ha riflettuto sulla natura sfuggente del Medioevo contemporaneo, diventato nelle narrazioni moderne un “mondo-emblema” in cui si proiettano desideri di avventura, di fuga, di meraviglia.
Canaccini, docente di Storia medievale, ha indagato invece l’uso politico e simbolico del Medioevo, ricordando che ciò che chiamiamo “medioevo” è spesso un costrutto culturale. Un passaggio particolarmente significativo è stato quello dedicato al tema del sogno: mentre si sogna, ha ricordato più volte, si dorme, e dunque non si ha percezione del reale. Per questo, ha suggerito, bisognerebbe ripensare alla tradizione romantica che considera il sogno come luogo di verità e rivelazione: in realtà il sogno è uno spazio di inconsapevolezza, non una manifestazione del vero. Un’osservazione che risuona potentemente nell’opera di Wagner.
La seconda parte dell’incontro ha dato spazio allo scenografo Paolo Fantin, recente vincitore dell’Opera Award 2025 come Designer of the Year, che ha illustrato la costruzione visiva del nuovo allestimento.
Il palcoscenico è dominato da un grande elemento materico giallo, che muta da un atto all’altro. Fantin ha spiegato come il giallo — tradizionalmente associato alla colpa — agisca come un corpo vivo, che assorbe e restituisce il conflitto dei personaggi. Non un simbolo rigido, ma una materia che “reagisce” al dramma.
Accanto al giallo, l’altro polo è l’argento, che compare in forme differenti in ogni atto: una presenza metallica, riflettente, che richiama il sacro, il mistero, l’ambiguità luminosa del mito del Graal.
Infine l’elemento forse più sorprendente: l’ovulo, una sfera organica, originaria, che nell’allestimento rappresenta il dubbio, i primordi della vita e l’idea stessa di nascita. Una visione scenica che dialoga strettamente con l’interpretazione musicale di Mariotti.
L’intervento del Maestro Michele Mariotti ha costituito il momento più atteso: “È un’opera meravigliosa, aspettavamo da tanto di poterla fare”, ha raccontato, ricordando un progetto nato quattro anni fa e oggi finalmente realizzato.
Mariotti ha definito Lohengrin “L’opera più italiana di Wagner”, non per una questione stilistica, ma per il modo in cui il compositore plasma il materiale musicale: “È un’opera con dei concertati, che ti dà lo stimolo di lavorare sulla pronuncia, sulle dinamiche”. Un Wagner ancora melodico, “un vulcano di melodie”, in cui la variazione non è ornamento ma cambiamento di colore.
Ha inoltre spiegato di aver chiesto ai cantanti un approccio quasi ascetico, per Lohengrin (Dmitry Korchak), protagonista enigmatico e sovrumano, ha chiesto un timbro essenziale: “Tu devi cantarlo come un bambino… devi essere puro”.
L’infanzia diventa così la cifra del sovrannaturale, non innocenza ingenua, ma purezza percettiva, capacità di credere e temere insieme.
Il Maestro Mariotti ha dedicato un passaggio centrale al preludio: “Pochi preludi hanno una forza evocativa come quello di Lohengrin: da subito siamo catapultati in un altro mondo”.
Il lavoro sull’orchestra è minuzioso: gli armonici dei violini devono creare “un suono che non è tangibile… un suono inafferrabile”, mentre il controcanto deve sostenere la melodia senza sommergerla. È la costruzione di una soglia, di un mondo che si rivela senza mai diventare solido.
A fare da cornice a tutto è il nuovo numero di Calibano, che esplora il Medioevo come immaginario in continua metamorfosi: dalle leggende cavalleresche al fantasy online, dai bestiari alle rievocazioni storiche, dalle reinvenzioni ottocentesche ai meccanismi della propaganda.
Come ricorda il direttore della rivista, Paolo Cairoli: “il Medioevo ha un potere fortissimo sul nostro immaginario”, perché vive nella tensione tra ricostruzione e invenzione, tra storia e fiaba.
Lohengrin, con la sua dialettica di luce e colpa, innocenza e dubbio, è forse il volto più riconoscibile di questo Medioevo reinventato e l’Opera di Roma lo restituisce attraverso una lettura musicale e scenica che non guarda al passato con nostalgia, ma come a un laboratorio di domande sul nostro presente.
Loredana Margheriti
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