L’Ocse e i moderati miglioramenti economici dell’Italia

L’Istat prevede un moderato miglioramento economico anche se fra il Pil in crescita del quarto trimestre 2016 e quello dell’Unione Europea la differenza e’ marcata ( +0,2 da noi, +0,4% in Europa).

Siamo lenti, come  conseguenza di uno sforzo che non trova il supporto necessario in una politica economica dagli obiettivi chiari in un orizzonte internazionale contraddittorio.

 I prezzi alla produzione a gennaio sono saliti sullo stesso mese di un anno fa del 2,5% (+1% sul mese precedente), ma a far da traino c’è la solita energia (+6,2%), mentre beni di consumo e strumentali viaggiano appena sopra il mezzo punto percentuale.

Per non parlare di comparti che continuano a soffrire come il tessile e l’abbigliamento che registra non a caso un -1,1%

L’Ocse  vede un Pil fermo fino al 2018 all’1%, quando è chiaro che per sollevare le sorti della occupazione, della propensione al rischio e della fiducia ci vorrebbe di più.

I confronti non ci premiano: l’area euro arriverà all’1,6% (con la Germania all’1,7%), gli Usa al 2,8%, la Cina in calo  al 6,3% dal 6,7%, l’ India  al 7,7%.

Peggio di noi il Giappone (+0,8)  con l’economia mondiale che dovrebbe passare dal 3% del 2016 al 3,6% del 2018. Caso a parte la Gran Bretagna del dopo Brexit che dovrebbe atterrare dall’1,8% all’1%.

L’Ocse mette in guardia  dagli scompensi di questa situazione che messi in fila vedono future incertezze abbattersi sui mercati a causa della tendenza al rialzo dei tassi di interesse, della divaricazione fra borse ai massimi ed economia reale che naviga a vista con ritmi meno esaltanti, del rendimento di alcune economie come quella cinese meno brillante che in passato.

In Italia torna  di moda la spesa pubblica dopo che la seconda Repubblica aveva pensato di inneggiare ad un mercato dove lo Stato era assente del tutto.

 Ora si cambia registro: vai con le opere pubbliche, vai con meno fisco sul costo del lavoro, vai con privatizzazioni che diventano una controversa necessità.

Mancano  strategie di lungo periodo, con  una programmazione del futuro attraverso  nuove politiche industriali.

Resta il fatto che un rientro dello Stato nelle vicende economiche è ormai indispensabile.

Il come è un dubbio, visto anche il vistoso  debito pubblico.

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