Libano, rottura con l’Iran: espulsione diplomatica, crisi con Hezbollah e rischio guerra con Israele

La decisione di Beirut di dichiarare “persona non grata” il rappresentante della Repubblica islamica e, contestualmente, di richiamare il proprio ambasciatore da Teheran, segna uno dei momenti più delicati e simbolicamente carichi nella recente storia del Libano. Non si tratta soltanto di un gesto diplomatico: è un atto politico che rivela tensioni profonde, stratificate nel tempo, e che riporta alla luce una questione mai risolta fino in fondo — chi detiene realmente il potere nello Stato libanese.

Per comprendere la portata di questo strappo, bisogna fare un passo indietro. Il Libano è da decenni un laboratorio geopolitico unico, dove si intrecciano identità confessionali, influenze regionali e interessi globali. Dalla fine della guerra civile (1975-1990), il Paese ha costruito un fragile equilibrio basato sulla condivisione del potere tra comunità religiose, ma questo sistema si è progressivamente logorato sotto il peso di crisi economiche, paralisi istituzionale e interferenze esterne.

È proprio in questo contesto che si è consolidato il ruolo di Hezbollah. Nato negli anni Ottanta come movimento di resistenza all’occupazione israeliana, il gruppo si è trasformato nel tempo in un attore politico-militare di primo piano. La sua forza non risiede soltanto nella rappresentanza parlamentare o nel consenso interno a una parte della popolazione sciita, ma soprattutto nella sua capacità militare, costruita e sostenuta attraverso un rapporto organico con l’Iran.

Teheran ha visto nel Libano un tassello fondamentale della propria strategia regionale. Attraverso Hezbollah, ha potuto proiettare influenza nel Levante, creando una linea di pressione costante su Israele e rafforzando quella che viene spesso definita “asse della resistenza”. Questo asse non è un’alleanza formale, ma una rete di attori statali e non statali che condividono interessi convergenti contro l’influenza occidentale e israeliana nella regione.

Tuttavia, questa architettura ha avuto un costo elevato per il Libano. La sovranità dello Stato si è progressivamente erosa, non tanto per una perdita formale di potere, quanto per l’impossibilità di esercitarlo pienamente. Le decisioni cruciali in materia di guerra e pace, in particolare lungo il confine meridionale, sono state spesso prese al di fuori delle istituzioni ufficiali.

La guerra del 2006 contro Israele ha rappresentato un punto di svolta. Da allora si è instaurato un equilibrio basato sulla deterrenza reciproca: da un lato Hezbollah ha sviluppato un arsenale capace di colpire in profondità il territorio israeliano; dall’altro Israele ha mantenuto una superiorità militare tale da poter infliggere danni devastanti al Libano in caso di conflitto aperto. Questo equilibrio, però, è sempre stato instabile, soggetto a continue tensioni e al rischio di escalation.

Negli ultimi anni, la situazione interna libanese si è ulteriormente deteriorata. La crisi economica, esplosa nel 2019, ha portato al collasso del sistema bancario, alla svalutazione della moneta e a un impoverimento diffuso della popolazione. In questo scenario, la prospettiva di una nuova guerra è percepita da molti come una minaccia esistenziale.

È qui che si inserisce la recente decisione diplomatica. L’espulsione del rappresentante iraniano non è soltanto una reazione a un episodio specifico — che pure potrebbe aver fatto da detonatore — ma il segnale di una crescente insofferenza verso un’ingerenza percepita come eccessiva. Allo stesso tempo, il richiamo dell’ambasciatore libanese da Teheran indica la volontà di ristabilire una distanza politica, se non una vera e propria ridefinizione dei rapporti.

Questa mossa riflette anche dinamiche interne. Il sistema politico libanese è attraversato da linee di frattura profonde: da un lato le forze che vedono nell’alleanza con l’Iran una garanzia di sicurezza e rappresentanza; dall’altro quelle che spingono per un riallineamento verso il mondo arabo e occidentale. La decisione di Beirut può essere letta come un tentativo di riequilibrare queste tensioni, rispondendo anche a una parte dell’opinione pubblica sempre più critica nei confronti del ruolo di Hezbollah.

Sul piano internazionale, il gesto assume un significato ancora più ampio. In un Medio Oriente segnato da conflitti a geometria variabile, il Libano cerca di evitare di essere risucchiato in una dinamica che lo supera. Prendere le distanze da Teheran significa inviare un segnale agli Stati Uniti, all’Europa e ai Paesi del Golfo, nella speranza di riattivare canali di sostegno economico e politico.

Resta però il nodo centrale: la realtà dei rapporti di forza sul terreno. Hezbollah mantiene una capacità militare autonoma e difficilmente contestabile nel breve periodo. L’esercito libanese, pur rappresentando una delle poche istituzioni ancora relativamente credibili, non dispone delle risorse necessarie per imporsi come unico garante della sicurezza nazionale. In questo senso, il gesto diplomatico rischia di restare simbolico, se non accompagnato da un processo più ampio di riforma e rafforzamento dello Stato.

Guardando al futuro, si delineano tre scenari principali. Il primo, e forse il più probabile, è quello di una prosecuzione dell’equilibrio instabile attuale: tensioni controllate lungo il confine con Israele, pressioni internazionali e un Libano che continua a navigare tra crisi interne e influenze esterne. Il secondo scenario è quello di un’escalation militare, innescata da un errore di calcolo o da una decisione strategica più ampia, con conseguenze potenzialmente devastanti per il Paese. Il terzo, più auspicabile ma anche più difficile, è quello di un progressivo riequilibrio interno, in cui lo Stato riesce a recuperare parte della propria sovranità e a ridefinire i rapporti con gli attori non statali.

In definitiva, l’espulsione del rappresentante iraniano e il richiamo dell’ambasciatore libanese non sono soltanto un episodio diplomatico, ma il riflesso di una trasformazione in atto. Il Libano si trova ancora una volta a un bivio, stretto tra la necessità di sopravvivere come Stato e le pressioni di un contesto regionale che continua a metterne alla prova i limiti. La direzione che prenderà dipenderà non solo dalle scelte delle sue élite, ma anche dall’evoluzione degli equilibri di potere che lo circondano.

Circa Roberto Lamanna

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