L’Eliseo prende atto della caduta del governo e prende tempo. Il vero sfiduciato è Macron, chieste le elezioni anticipate

Il presidente francese Emmanuel Macron è alla ricerca del suo quinto primo ministro in meno di due anni, dopo che i partiti di opposizione si sono uniti per sfiduciare il primo ministro di centro-destra Francois Bayrou sui suoi impopolari piani di austerità.

Non ci sono regole che stabiliscano chi il presidente debba scegliere, o in quanto tempo, ma una fonte governativa ha detto che Macron, in carica dal 2017, potrebbe nominare il suo nuovo primo ministro già nella giornata di oggi.

”Emmanuel Macron deve procedere allo scioglimento dell’Assemblea Nazionale. Se non lo fa, deve nominare un primo ministro che sia in grado di rompere col macronismo, altrimenti le stesse cause produrranno gli stessi effetti”: lo scrive in un messaggio pubblicato su X la leader del Rassemblement National, Marine Le Pen. In un altro messaggio pubblicato su X, Le Pen ribadisce che i francesi vogliono ”un ritorno alle urne attraverso lo scioglimento”.

Dopo le dimissioni di Bayrou, l’involuzione francese è sotto gli occhi del mondo. All’Eliseo, la fragile coalizione costruita un anno fa tra il partito di Macron e la destra di Les Republicains (Lr) è considerata un dato di fatto, ma chiaramente non basta a garantire la stabilità. Per questo motivo Macron ha già esortato i leader della sua coalizione a “collaborare con i socialisti” per “ampliare” la sua base.

Il presidente resta barricato politicamente all’Eliseo, sempre più isolato, in calo di consensi, in un clima estremamente critico sul fronte economico e internazionale. In Parlamento, la mozione che chiede il suo impeachment ha già superato le 85 firme: sono i parlamentari dell’estrema sinistra guidata dal compagno Melenchon, che lasciano intuire come l’attacco all’Eliseo arrivi da destra e da sinistra, in un attacco che ha pochi precedenti nella storia della repubblica presidenziale.

Macron è  solo.  Xavier Bertrand, il deputato dei Républicains il cui nome è rimbalzato a più riprese nelle ultime ore come possibile successore di François Bayrou, ha già fatto il nome del successore di Bayrou: sarà il ministro della Difesa, Sébastien Lecornu. Sarebbe lui la persona scelta da Macron per la carica di premier. Davanti ai dirigenti del suo partito, secondo informazioni di Bfm Tv, Bertrand ha aggiunto che “Lecornu è impegnato ora nella composizione del suo governo”.

Con buona pace di Elly Schlein che va parlando dell’unità del campo largo alle regionali, lo spaccato che arriva dai diversi territori dice esattamente il contrario: la faida in Campania, le defezioni in Toscana, i dispetti in Puglia e in Calabria, tutto racconta di un cartello elettorale che magari riesce a tirare fuori un nome di vertice dal cilindro, ma che poi continua a vivere un costante braccio di ferro che non è certo la miglior garanzia di stabilità. Mettiamoci sopra promesse come il ripristino del reddito di cittadinanza e le irrealistiche poste sulla sanità e la ricetta per il disastro è servita. Tanto più se si considera che quello che avviene a livello regionale avviene anche a livello nazionale: le battaglie di bandiera e i rapporti tra gli alleati non cambiano.

Del resto, non è una novità di adesso: i partiti di sinistra hanno dato ampiamente prova di quali siano le loro capacità di governo sia sul fronte della stabilità sia su quello della tenuta dei conti pubblici. E, non a caso, quando le cose si sono messe male si sono sempre affidati mani e piedi ai tecnici, ammettendo sostanzialmente non solo di non essere capaci di governare le crisi, ma di essere pronti a tutto – dalle ammucchiate al papa straniero – pur di non cedere il passo a chi avrebbe potuto farlo: la destra. Benché il governo di Francois Bayrou non sia un governo tecnico, non c’è dubbio che sia, nella più radicata tradizione francese, la riproposizione di questo schema.

«Le grandi coalizioni che non hanno niente in comune se non un nemico, che è sempre la destra politica, non funzionano e non possono funzionare. Non funzionano in Francia, come non hanno funzionato in altri Paesi», ha risposto il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, ai cronisti che, margine di un evento a Trieste, gli chiedevano un commento alla crisi francese. «Bisogna tener conto – ha poi aggiunto Ciriani – del fatto che la crescita del consenso dei partiti di destra deriva dagli errori che hanno fatto chi ha governato la Francia finora».

Di «prevedibile la debacle del governo» francese ha parlato anche il capogruppo di Forza Italia al Senato, Maurizio Gasparri, ricordando che «la Francia con i suoi conti sballati diventa un problema per l’Europa. L’Italia con i conti in ordine è un esempio da seguire». «Orgogliosi del nostro governo, preoccupati per i nostri vicini», ha chiarito ancora il senatore azzurro.

Anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in queste ore ha sottolineato che la crisi francese non fa bene a nessuno. «L’instabilità della Francia non fa piacere a nessuno, non fa bene all’Europa, viviamo noi in un grande continente che è anche un’unità politica, quindi se c’è un grande Paese che traballa, anche tutti gli altri certamente sono in difficoltà», ha avvertito Tajani, augurandosi che «la situazione francese si risolva quanto prima». «Noi possiamo soltanto mettere a disposizione dell’Europa la nostra stabilità, la nostra determinazione, la voglia di guardare avanti al futuro con ottimismo e impegno», ha concluso il vicepremier.

Il presidente Emmanuel Macron, che deve affrontare le richieste dell’opposizione di sciogliere il Parlamento e dimettersi, dovrà trovare il quinto primo ministro in meno di due anni. Secondo l’Eliseo la nomina avverrà nei prossimi giorni.

La priorità del prossimo governo sarà approvare il bilancio, la stessa sfida che Bayrou ha dovuto affrontare quando è entrato in carica nove mesi fa. Ottenere il sostegno di un Parlamento molto diviso sarà altrettanto difficile.

Un lungo periodo di incertezza politica e fiscale rischia di minare l’influenza di Macron in Europa, nel momento in cui gli Stati Uniti stanno assumendo una posizione dura su commercio e sicurezza e la guerra infuria in Ucraina.

Circa Roberto Cristiano

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