Indignati. Le proteste fanno il giro del mondo

Da Roma a New York, da Teheran a Bruxelles, dilaga la protesta di massa. In Spagna e in Grecia, orde di ragazzi “arrabbiati” occupano le piazze delle città. Israele è scossa dalle più grandi proteste di piazza della sua storia. In India migliaia di persone appoggiano un attivista che fa lo sciopero della fame contro la corruzione. A Londra si verificano scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine. La manifestazione globale coinvolge oggi quasi 952 città in oltre 82 paesi, tutti “uniti per il cambiamento globale”. Iniziata dagli “acampadas” alla Puerta del Sol di Madrid, le proteste si sono poi estese a New York, dove il movimento “Occupy wall street” ha generato non pochi disordini nell’arco delle ultime settimane. Anche negli Stati Uniti, cuore del capitalismo globale, molte persone hanno deciso di ridestarsi dal  torpore che, da decenni, li vedeva atrofizzati in una passiva quiescenza. Gli indignati di tutto il mondo sono insorti contro “le politiche economiche e finanziarie mondiali, che hanno prodotto povertà e disuguaglianze sociali ed hanno incoraggiato le avidità delle multinazionali”. Unanimi, si muovono al grido di “Giustizia sociale”. Il mondo appare ecumenicamente unito dalle medesime istanze, dalle stesse rivendicazioni. I problemi, nell’era della globalizzazione, sono comuni: la corruzione dilagante, la crisi economica, la disoccupazione. Ma dall’Asia alle Americhe, c’è qualcos’altro che accomuna i manifestanti: la diffidenza e il disprezzo per la politica tradizionale. Il fine ultimo di questa protesta è proprio quello di creare uno spazio politico dove l’opinione pubblica possa plasmarsi, uno spazio in cui vi sia eguaglianza e rispetto reciproco. La discesa nelle piazze e la conseguente occupazione delle stesse è quanto mai emblematica: è segno della volontà di riappropriarsi di uno spazio comune di discussione e di confronto. Quello degli “Indignados” è un grido di rabbia nei confronti di “banchieri, capitalisti e uomini politici” accusati di aver “demolito le finanze mondiali, condannando così milioni di loro concittadini a vivere in povertà”. La crisi economica è stata solo la punta dell’iceberg. Essa è stata foriera di una crisi ben più grave: quella di legittimità dei regimi. Non solo, la crisi ha mostrato i limiti della politica di fronte allo strapotere dell’economia. Le crescenti disparità di reddito, una disoccupazione sempre più alta e i taglia alla spesa pubblica hanno alimentato un malcontento diffuso. La rabbia è particolarmente forte in Europa, come dimostra quello che è successo a Londra e ad Atene, dove manifestazioni e scioperi sono sfociati nella violenza. Anche in India e in Israele, dove l’economia continua a crescere, è tanta la sfiducia in una classe politica considerata capace solo di fare gli interessi dei poteri forti.  Secondo alcuni, l’unico modo per cambiare il sistema è attaccarlo. Attaccarlo dalle fondamenta. I giovani di tutto il mondo, delusi da partiti e sindacati che non li rappresentano, si volgono verso forme di organizzazione meno gerarchiche e più partecipative. In questo le proteste nelle democrazie occidentali somigliano a quelle che hanno travolto il Nord Africa. Questi gruppi, la cui mobilitazione è avvenuta anche grazie all’uso dei social network, si sono creati uno spazio politico online, quasi sempre in aperta polemica con le istituzioni. L’ambizione è quella ad una società più aperta, meno centralizzata, meno tradizionale. Si è completamente persa fiducia nel sistema politico, che ha voltato le spalle alle classi più deboli. Saper rispondere alle esigenze del popolo dovrebbe essere una delle peculiarità di una democrazia funzionante. Ma oggi non è più così. Da più parti si erge un grido d’aiuto. Certo la preoccupazione è che queste proteste degenerino in anarchia. Si temono le spinte antisistema che tendono ad aggirare le istituzioni democratiche.  Per la prima volta, nella società contemporanea, la democrazia è messa in discussione. Ed è significativo che ciò avvenga proprio nei paesi che, più degli altri, ne sono stati culla: la Grecia e gli Stati Uniti. Ma la democrazia, che all’inizio del secolo scorso ha rappresentato la risposta ai regimi dittatoriali innestatisi in Europa, si è oggi sclerotizzata. I partiti hanno trasformato i nostri sistemi politici in partitocrazie, governate da una classe politica che non rende conto a nessuno del proprio operato e non è trasparente. Il trionfo del liberismo economico ha portato allo strapotere del mercato, che ha sottomesso il potere politico ai suoi interessi. Il bene comune è messo da parte, relegato in secondo piano. La democrazia sta oggi lottando per sopravvivere.

Maria Teresa Nunziata

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