«Ogni volta che si verifica questo tipo di attacco è difficile per noi non pensare al terribile attentato islamista di Nizza». Le immagini di Modena, con un’auto lanciata contro la folla, hanno riportato alla memoria di Marion Maréchal, eurodeputata francese di Reconquête-Ecr, il ricordo della strage che il 14 luglio 2016 causò 86 morti e oltre 450 feriti: «All’epoca ero consigliera regionale della Provenza-Alpi-Costa Azzurra e, nelle ore successive, ero al fianco dei nizzardi per condividere non solo il loro dolore, ma anche la loro rabbia. Non dimenticherò mai quella donna che mi stringeva a sé, in lacrime, perché sua figlia era morta, travolta da quel camion. La sinistra rimane imprigionata nei suoi vecchi concetti e nei suoi maestri di pensiero: vuole sempre vedere nell’immigrato – compreso il criminale, compreso il terrorista – prima di tutto un oppresso. Rimarreste sorpresi nel leggere le frasi deliranti che sono state scritte da alcuni intellettuali di sinistra per cercare giustificazioni, e talvolta scuse, per i terroristi islamisti, immigrati o figli di immigrati ai quali il nostro Paese aveva tuttavia offerto tutto». In Francia abbiamo un’immigrazione massiccia e incontrollata da Paesi extra-Ue e per lo più musulmani. Ciò crea gravi problemi di assimilazione, poiché il numero favorisce il comunitarismo e la possibilità di riprodurre da noi stili di vita stranieri. È lì che le reti islamiste fanno il loro lavoro. Oggi, in tutti i sondaggi d’opinione, sono i giovani musulmani presenti in Francia a mostrarsi i più radicali, anche quando sono nati qui. Il 33% dei musulmani residenti in Francia prova simpatia per una delle correnti islamiste e tra i giovani figli di immigrati si sale al 42%. Il 3% nutre simpatia persino per il jihadismo. Si tratta di un bacino di reclutamento potenziale di oltre 140.000 persone. Non solo bisogna fermare l’immigrazione di massa, ma anche considerare che gli stranieri presenti sul nostro territorio che però ci odiano o professano un’ideologia che ci minaccia – nel nostro stile di vita ma anche nella nostra sicurezza fisica – non hanno nulla da fare qui e devono quindi ripartire. Parallelamente, occorre condurre una guerra senza quartiere contro le reti islamiste radicali».
A Modena non è finita con l’arresto di Salim El Koudri. È lì che è cominciata la seconda partita, quella politica: da una parte chi ha insistito sulla cittadinanza italiana, sulla laurea, sull’assenza di legami accertati con reti terroristiche; dall’altra chi ha visto in quell’attacco il cortocircuito di un’integrazione data per acquisita troppo in fretta. Il sondaggio del Secolo parte esattamente da qui e consegna un responso netto: per il 75,1 per cento degli intervistati essere italiani non significa soltanto avere un documento, ma dimostrare appartenenza reale, rispetto per il Paese e adesione alla comunità nazionale. Un verdetto che incrina la narrazione assolutoria della sinistra sull’attentato e riporta al centro la domanda: la cittadinanza basta davvero a fare di qualcuno parte viva della nazione?
La minoranza del “basta il documento”
Il dato più basso è quello che racconta meglio il clima del Paese. Solo l’1,8 per cento dei votanti si riconosce nella tesi secondo cui la cittadinanza italiana basta, da sola, a definire l’appartenenza. Una posizione formalmente ineccepibile sul piano giuridico, ma quasi irrilevante nel sentimento pubblico fotografato dal sondaggio.
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