Le condizioni di Marco Minniti per un accordo tra Pd e M5s

‘Non si può avere paura del voto’, dice l’ex ministro dell’Interno ed esponente del Pd Marco Minniti. Tanto più che una mera alleanza tra Pd e M5s sarebbe l’arrocco degli sconfitti, aggiunge in una lunga conversazione con ‘Il Foglio’  e in una intervista a Radio Capital.

Per il predecessore di Matteo Salvini al Viminale l’idea di partire dal voto sulla riduzione del numero dei parlamentari per poi stare a vedere se da cosa nasce cosa, non funziona. Meglio, da cosa non nasce cosa. Il punto è semmai un altro, ed è che si tratta di cambiare le ruote della macchina, tutte insieme e senza fermare la macchina. È una sfida ai limiti dell’impossibile. Ma è un’eventualità che una forza responsabile non può non considerare, ma solo nel caso il presidente della Repubblica, dopo l’apertura formale della crisi, dovesse valutare che ci sono le condizioni per una maggioranza ampia, di legislatura, che affronti in maniera progressiva la crisi del nostro paese.

L’arbitro della crisi è il presidente della Repubblica, e lui valuterà. Se riterrà che ci sono le condizioni non per un accordo di basso profilo, tra due perdenti, ma per un accordo più ampio, di legislatura, il Pd ha il dovere di valutarlo nella maniera più aperta possibile, manifestando un senso forte di responsabilità, che d’altro canto è scritto nel DNA del partito.

Se mettiamo le cose in ordine comprendiamo che non c’è un destino già scritto, e rendiamo evidente che, se si parla con un linguaggio di verità al popolo italiano, la partita non solo non è perduta, ma si può giocare con giuste possibilità di poterla anche vincere.

Se c’è una partita democratica, di modello democratico, in discussione, l’opposizione non deve dimostrare nemmeno per un attimo di avere paura del voto. Se di fronte a una sfida democratica uno si dimostra impaurito nel rapporto con il popolo rischia di non farcela. Per questo bisogna escludere categoricamente qualunque scorciatoia, qualunque idea di resistenza parlamentare, cioè ci chiudiamo nell’aula del Parlamento e ignoriamo il Paese, perché quello sarebbe vento nelle vele dei nazionalpopulisti. Quindi nessuna scorciatoia, nessun sotterfugio. Salvini non è imbattibile, perché non penso che abbia con sé la maggioranza degli italiani. Se viene messa chiaramente la posta in gioco in palio, si può rovesciare il meccanismo. Salvini ha detto che vuole un referendum sulla sua persona, e l’Italia non ha mai premiato i referendum sulle singole persone.

La risposta dell’opposizione, aveva detto al Foglio ‘non può essere quella di fare una manovra economica e tornare al voto. E non si può nemmeno fare un arrocco di resistenza parlamentare coi grillini, che darebbe l’idea di uno iato con il paese’. Alternative? Per Minniti bisogna essere in grado di costruire un progetto elettorale di grande alleanza per la democrazia e che abbia, prima condizione necessaria, per protagonista il Pd unito.

 Comunque vada – aggiunge – Salvini non può gestire lui il percorso elettorale, perché non dà garanzie di terzietà. Secondariamente, la vicenda russa e la fretta con la quale lui ha deciso di voler sciogliere le Camere invece di dare una risposta, rende evidente quale sia in generale la posta in gioco. C’è un fastidio nei confronti delle regole democratiche.

Da ultimo, Matteo Renzi, che Minniti definisce ‘una risorsa importante’. Ma – aggiunge – c’è un punto che ritengo fondamentale: nei momenti difficili nessuno di noi deve evocare l’idea di una rottura, né direttamente né indirettamente, perché così si indebolisce tutto il senso della partita.

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