Le Case del Celio: un tesoro di epoca romana

ROMA – Tra il Colosseo e il Circo massimo c’è un piccolo tesoro nascosto di epoca romana. Sono le Case del Celio, databili al II secolo dopo Cristo. Sabato l’Associazione culturale Calipso ha organizzato una visita guidata con annessa spiegazione storica. A illustrarci ogni dettaglio delle Case è stata l’archeologa Cecilia Giorgi. L’appuntamento è proprio davanti l’entrata delle case sul Clivio di Scauro, una strada della Roma antica. Le Case sorgono sul colle Celio, uno dei 7 colli su cui si estendeva l’Urbe. Nel periodo dell’antica Roma, ci spiega la nostra guida, “questo colle era suddiviso in tre aree: il Coelius, l’area sulla quale oggi sorge la Basilica dei Santissimi Giovanni e Paolo; il Coeliolus, la parte del colle Celio dove oggi si innalza la chiesa dei Santissimi Quattro Coronati; la Succusa, situata tra il Coeliolus ed il Coelius. Tutte e tre queste aree caratterizzavano il Coelimontium”. Ed è proprio sotto la basilica che si trova questo complesso residenziale, riportato alla luce sul finire del XIX secolo da Padre Germano di S. Stanislao, e composto da 20 ambienti, di cui 13 affrescati. È un complesso molto ampio che si estende su più piani e ogni stanza presenta caratteristiche specifiche e di epoche differenti. Infatti, nel corso dei secoli le case hanno attraversato fasi costruttive diverse che hanno modificato profondamente la loro struttura.

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La prima fase coincide con la costruzione della Domus, una residenza signorile, avvenuta nel II secolo dopo Cristo. La casa in questione è costruita su due livelli e, all’epoca, si affacciava sulla via del tempio di Claudio e sul Clivus Scauri. Il piano inferiore era costituito da un impianto termale o balneum, mentre nel piano superiore vi era la casa vera e proprio. La presenza del bagno, spiega Giorgi, “ci lascia immaginare il lusso di tale abitazione: solo un ristretto numero di persone aveva questo tipo di bagni, con acqua calda e fredda e vapori, nella propria casa”, mentre la gente comune utilizzava le terme (che erano pubbliche) o le latrine comuni. Nel III secolo alla Domus venne affiancata una Insula, un vero e proprio condominio popolare, il cui piano terra aveva funzioni commerciali ed era composto perlopiù da tabernae.
Sul finire del III secolo sia la Domus sia l’Insula vengono acquistate da un unico proprietario, ristrutturate e poi trasformate in una enorme Domus signorile, per poi diventare a metà del IV secolo una Domus ecclesiae, dove i cristiani si riunivano per pregare. L’ultima fase si ha con la costruzione della basilica pammacchiana, attribuita al senatore Pammachio, morto nel 410 e personaggio di spicco della comunità cristiana dell’epoca e probabile ultimo proprietario della casa celimontana. La basilica fu costruita proprio sopra la domus.

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Il primo ambiente in cui ci porta l’archeologa è una stanza che precedentemente era una Tabernae dell’Insula. Sui muri è possibile osservare alcuni fori, come dei mezzanini che stanno a indicare la presenza di un solaio.

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Qui Giorgi cita un passo di Giovenale per farci capire come erano le case popolari romane: “Nella gelida Preneste, fra i colli e i boschi di Bolsena, nella tranquilla Gabi o nella rocca sui pendii di Tivoli chi teme o ha mai temuto crolli? Ma noi viviamo a Roma, una città che in gran parte si regge su puntelli fatiscenti; cosí infatti l’amministratore rimedia ai guasti e, tappata la fenditura di una vecchia crepa, invita tutti a dormire tranquilli sotto la minaccia di un crollo. Meglio vivere dove non scoppiano incendi e non si temono allarmi la notte. ‘Acqua, acqua!’ supplica Ucalegonte portando in salvo i suoi stracci: sotto di te il terzo piano è in fiamme e tu l’ignori; se giú in basso il terrore dilaga, chi non ha che le tegole per ripararsi dalla pioggia, lassú dove le languide colombe depongono le uova, brucerà per ultimo, non c’è dubbio, ma brucerà”.
La seconda stanza che ci viene mostrata è quella che all’epoca doveva essere la sala da pranzo dove il domus accoglieva le persone. Qui è possibile osservare un affresco in cui vengono raffigurati dei giovani geni con ghirlande di fiori e frutti estivi e putti con girali di vite. È il simbolo dell’alternanza delle stagioni.

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La terza stanza è il Ninfeo dove vi è la presenza di una fontana e un affresco di Proserpina che rappresenta il ritorno della primavera.

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Proseguendo, arriviamo nella stanza dell’Orante interamente decorata da un bellissimo affresco, fatto durante la fase di cristianizzazione. La stanza viene chiamata così per la presenza di una figura femminile in gesto di preghiera. Da qui ci muoviamo e scendiamo nelle cantine, un ambiente che faceva parte della prima Domus del II secolo cantina ma utilizzata anche dopo la costruzione della basilica, Qui furono rinvenute molte anfore anche di epoca tarda. L’ultima stanza della casa che rimane da vedere è la confessio. Prima di recarci qui, passiamo nel vicolo-cortile che divideva originariamente l’Insula dalla Domus. Questo ambiente è un luogo importante perché qui è dove furono martirizzati Giovanni e Paolo, proprietari di uno degi appartamenti. Una volta uccisi, i loro corpi furono gettali nel sottoscala. Proseguendo, arriviamo dunque al Confessio, una stanza affrescata, dove vi sono delle scale di accesso e discesa fatte apposta per ordinare l’afflusso dei pellegrini. Qui vi era una finestra attraverso la quale i pellegrini toccavano i resti dei santi Giovanni e Paolo per ricevere una benedizione indiretta.

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Per concludere, le Case del Celio sono un posto che vale la pena da visitare. E’ possibile capire la magnificenza dell’architettura romana e la loro abilità nel costruire. La struttura è molto ampia, labirintica e tutta da scoprire. Sfortunatamente, alcuni luoghi ancora non sono accessibili, come il balneum. Ma il resto è visitabile. E’ anche possibile vedere un antiquarium, dove vengo esposti tutti reperti rinvenuti nel sito durante gli scavi: anfore lucerne, iscrizioni ecc. Ma mi raccomando, se andate a visitare le Case portatevi un giacchetto: è fresco lì dentro.

Alessandro Moschini

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