LE BACCANTI o la sacra follia, al Teatro Vascello di Roma

Per ottantaminutiottanta tutti d’un fiato il palcoscenico del Teatro Vascello diventa Tebe, dominata dal palazzo del re Penteo e dal monte Citerone, quello dove le Baccanti del titolo fuggono in preda all’estasi per sottrarsi alle routine domestiche e liberarsi danzando e compiendo ogni sorta di prodigio naturale (e fermiamoci qui).

La vicenda narrata nell’ultima tragedia di Euripide – composta nel 408 a.C. alla corte del re macedone Archelao e rappresentata postuma nel 405 ad Atene – nella riscrittura di Marco Isidori per la coproduzione Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa/Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale,
viene trasposta dall’atmosfera dell’Attica del V secolo al quella del nostro tempo di adesso. Chiave della trasposizione è il tono deformante/grottesco, l’ambiente è ludico, il ritmo molto sostenuto e le sorprese continue. Ne risulta uno spettacolo che è trionfo del teatro, campo magnetico di attrazione per gli spettatori che vengono catturati da una macchina scenica multiforme e implacabile, dalla quale promana un’energia travolgente.

Nel prologo Dioniso il dio appare in persona sul palcoscenico in sembianze umane, lunghi capelli sciolti e stivaletti rossi non per caso con tacco, e dichiara di essere venuto a Tebe, città natale della madre Semele, per rivendicare il proprio culto e la propria natura divina. I Tebani, guidati dal re Penteo, che di Dioniso è nipote, si rifiutano di riconoscerlo come dio.
Penteo, il giovane re razionalista e autoritario, tenta di reprimere i riti dionisiaci: le donne tebane, infatti, tra cui sua madre Agave, sono già fuggite sul monte Citerone in stato di trance bacchica. Dioniso, presentatosi come misterioso straniero, catturato ma ben presto liberatosi dal carcere, propone a Penteo un patto sottile e perverso: se vuole spiare le donne sui monti, dovrà a sua volta travestirsi da donna.
Penteo, dominato da voyeuristica curiosità e da hybris crescente, alla fine accetta. La scena del suo travestimento – tra le più studiate della drammaturgia antica – che lo vede già in preda di visioni dionisiache, è il primo segnale rivelatore della fragilità del suo razionalismo.
Sul Citerone, le Baccanti scopriranno Penteo nascosto su un albero e Agave, sua madre, in stato di mania rituale, lo crederà un leone. Le donne lo smembrano vivo ed è proprio Agave a tornare a Tebe portando trionfalmente la testa del figlio, convinta di aver cacciato una belva. È il vecchio Cadmo, fondatore di Tebe e nonno di Dioniso, a riportare Agave alla ragione e a farle comprendere, uscita dall’estasi, l’orrore che ha compiuto.

Nel racconto intreccia temi e conflitti senza tempo: il razionale Penteo che incarna la ragione ordinatrice e l’irrazionale Dioniso dio degli indomabili animal spirits; il divino e la vendetta presenti entrambi nella figura del dio che non è benevolo ma implacabile verso chi nega il suo culto; identità e travestimento in Penteo, dove è chiara l’allusione alla permeabilità dei confini di genere e identità; la follia e la libertà del delirio bacchico, che è insieme liberatorio e distruttivo; e, last buy not least, la hybris, concetto cardine della cultura greca antica e più che mai attuale, che noi proviamo a tradurre con la superbia, l’arroganza, la tracotanza di chi, accecato dal proprio ego, viola le norme morali, umane o divine … come Penteo, che pecca di hybris nel voler sottomettere il divino alla legge umana.

Sette gli attori in palcoscenico per uno spettacolo che è teatro puro al quale non puoi non abbandonarti, anche se non ti piace, anche se è troppo (non certo per me, che mi ci sono appassionata subito dopo il prologo). l loro visi sono capaci di deformarsi in maschere grottesche che ricordano in vivo quelle del teatro classico, mentre nel cappuccio del costume di scena la gran bocca dentata e linguacciuta viene indossata sugli occhi ogni volta che è il Coro a intervenire (e che accordo vocale nel Coro, quasi sempre perfetto!). Le voci esplorano ogni cadenza e ogni sfumatura del grottesco. Le azioni sono organizzate e organiche e nessuna scena potrebbe essere risolta se non ci fosse la partecipazione di ciascuno al tutto, si tratti di recitare, dislocare gli apparati scenici, sorreggere il peso di chi di volta in volta deve stare in posizione sopraelevata nell’azione: un impegno fisico enorme che sorregge una dedizione totale allo spettacolo, senza un momento di riposo. anche questo cattura lo spettatore e lo tiene davvero incollato all’azione scenica.

Si fa l’esperienza di qualcosa di stupefacente e imprevedibile, che diverte proprio nel senso di portare in un altrove, sconsiderato, umano, magico.

Alla fine, molti, ma molti applausi e un lasciare lentamente la sala.

LE BACCANTI

di Euripide che “precipitano” a contatto col reagente Marcido

riscrittura di Marco Isidori
con
Paolo Oricco 
Maria Luisa Abate
Valentina Battistone
Ottavia Della Porta
Alessio Arbustini 
Alessandro Bosticco
l’Isi
assistente alla regia Mattia Pirandello
luci Fabio Bonfanti
scene e costumi Daniela Dal Cin 
regia Marco Isidori

Coproduzione:
Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa/Teatro Stabile di Torino-Teatro Nazionale
debutto: Torino, Teatro Gobetti – 25 febbraio 2025

Durata 1h e 20′

In scena al Teatro Vascello, via Carini G. Carini 78, Roma dal 5 al 10 maggio, dal martedì al venerdì alle 21:00, sabato alle 19:00, domenica alle 17:00.

Lorena Monguzzi
@elleoellea

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