Resta in carcere Valter Lavitola, reo-confesso di essere il mandate dell’attentato al giornalista Sigfrido Ranucci. Lo hanno deciso i giudici del Riesame di Roma respingendo l’istanza dei difensori. Confermata per l’indagato l’aggravante del metodo mafioso.
L’imprenditore resta dunque in detenzione, accusato dalla procura della Repubblica di Roma, di essere il mandante e l’organizzatore dell’attentato dinamitardo al conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, avvenuto a ottobre del 2025 davanti la sua abitazione nel comune di Pomezia in provincia di Roma. L’avvocato Sergio Cola, difensore di Lavitola, ha annunciato ricorso: “Rispettiamo la decisione del Tribunale del Riesame che ha confermato l’ordinanza cautelare e aspettiamo le motivazioni che saranno depositate entro 45 giorni, anche se chiaramente non ne condividiamo le conclusioni. Dunque, oggi stesso presenteremo ricorso in Cassazione, per saltum, contro l’ordinanza del gip che ha rigettato la nostra richiesta sulla perdita di efficacia della custodia cautelare che riteniamo sia ampiamente fondata”.
Ci sarebbero intanto dei presunti buchi temporali nelle comunicazioni tra Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci. Almeno questo è quanto starebbe emergendo dall’indagine della Procura di Roma relativa all’attentato al giornalista Rai. Un dato confermato dall’analisi dei telefoni cellulari e dal pc sequestrato all’imprenditore accusato e reo confesso di essere il mandante dell’azione dinamitarda. Si tratterebbe in sostanza di cancellazioni sospette nelle chat, sia nella fase precedente all’attentato che dopo. Elementi che stanno portando gli inquirenti, che hanno affidato le indagini ai Nuclei Investigativi dei carabinieri di Roma e Frascati, ad ulteriori verifiche.
Parla come un politico, si muove come un politico e come un politico è persino oggetto di sondaggi. Ma un politico non è – non ancora. È Sigfrido Ranucci: l’ex conduttore di Report dice un giorno sì e l’altro pure che vuole continuare a fare il giornalista, e che di candidarsi non ci pensa nemmeno; ma, un po’ come accade nel giornalismo, dove l’andreottiana massima «una smentita è una notizia data due volte» è regola aurea, in politica molte candidature passano per smentite, nascondimenti, negazioni. Un buon esempio di quanto detto lo abbiamo visto ieri dal palco della festa di Avs primo partito indiziato ad ospitare una eventuale discesa in campo di Ranucci – sul quale è salito il giornalista, ufficialmente per presentare il suo libro «Il ritorno della casta». Epperò l’iniziativa, più che un tradizionale incontro in cui parlare di un volume, alla fine è finita per essere un piccolo comizio. Del libro, in effetti, si è parlato poco o niente; nessuna domanda in merito da parte dei due moderatori Francesca Ruocco e Lorenzo Fioramonti (pure loro abbandonatisi a delle mini-arringhe), né approfondimenti da parte dell’autore. Ranucci – camicia nera, jeans d’ordinanza e sneakers bianche – è salito sul palco per parlare d’altro, ovvero di una mega cospirazione mondiale ordita da spietati plutocrati che starebbero tramando per distruggere le libere società europee, al fine di instaurare un «democrazia della sorveglianza» in cui un manipolo di neo feudatari schiavizzeranno ciò che una volta si chiamava cittadino e domani si chiamerà suddito.
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