L’addio silenzioso dell’ultimo irriducibile

Umberto Bossi esce di scena senza clamore,come aveva imparato a fare negli ultimi anni,quando la politica lo aveva già in parte archiviato ma non ancora dimenticato.Non è stato soltanto il fondatore di un movimento o il simbolo di una stagione:è stato una contraddizione vivente,un leader capace di incarnare spinte opposte,di alimentare rotture e poi di subirle.Nel racconto semplificato degli ultimi decenni,Bossi è stato spesso ridotto a caricatura,ma la sua traiettoria politica sfugge alle etichette facili.

Antisovranista prima che il sovranismo diventasse parola d’ordine,Bossi costruì il proprio consenso su un’idea radicale di autonomia che metteva in discussione lo Stato centrale più che difenderlo.La sua non era una chiusura identitaria nel senso contemporaneo,ma una forma di ribellione fiscale,territoriale e culturale che guardava al Nord come spazio politico distinto.Non difendeva confini nazionali,li relativizzava.E in questo paradosso si colloca la sua distanza da molte delle forze che oggi ne rivendicano l’eredità.

Antifascista in modo istintivo e non teorico,Bossi apparteneva a una generazione e a una cultura politica che consideravano il fascismo un capitolo chiuso e incompatibile con qualsiasi progetto di rinnovamento.La sua retorica era spesso ruvida,provocatoria,ma non si radicava nella nostalgia autoritaria.Al contrario,il suo linguaggio rompeva schemi,non li restaurava,anche quando risultava eccessivo o politicamente scorretto.

Rivoluzionario,infine,nel senso più concreto e meno romantico del termine.Bossi ha scardinato equilibri consolidati,ha portato in Parlamento un pezzo di Paese che si sentiva escluso,ha imposto temi che sarebbero poi diventati centrali nel dibattito pubblico.La sua rivoluzione non è stata lineare né compiuta,ma ha inciso profondamente nella trasformazione della Seconda Repubblica.

Il suo declino è stato lungo,inevitabile,accompagnato da problemi di salute e da un progressivo allontanamento dal centro decisionale del movimento che aveva creato.Eppure,anche quando la Lega cambiava pelle,Bossi restava una presenza simbolica,un richiamo a un’origine che non poteva essere del tutto cancellata.

Se ne va in silenzio,senza l’enfasi che aveva caratterizzato i suoi anni migliori,e forse proprio questo silenzio restituisce la misura della distanza tra l’uomo e il mito.Ciò che resta non è un’eredità lineare ma un campo di tensioni,un insieme di intuizioni e contraddizioni che continuano a interrogare la politica italiana.Perché Bossi non è stato soltanto un leader di parte:è stato un sintomo,un segnale precoce di trasformazioni che altri avrebbero poi interpretato in modo diverso,più sistematico,più efficace.

Nel vuoto che lascia,non c’è solo nostalgia o giudizio,ma una domanda aperta:quanto di quella spinta originaria è ancora riconoscibile oggi,e quanto invece è stato riassorbito,normalizzato,tradito.La risposta,come spesso accade con le figure irregolari,non è univoca.Ed è forse proprio questa ambiguità a rendere il suo addio qualcosa di più di una semplice uscita di scena.

Circa Andrea Viscardi

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