La storia del bisiluro progettato da Taruffi

Librato sul camion pare ancora un aereo, infatti lo vedremo volare, ma su un’autostrada», recita un servizio dell’Istituto Luce di inizio dicembre 1948, girato su un tratto dell’autostrada Bergamo-Brescia. Le immagini in bianco e nero mostrano quattro meccanici sollevare senza troppi sforzi un particolare veicolo color argento, formato da due scafi a forma di goccia, uniti solamente da una sbarra metallica e da un alettone. «A terra, sembra un gingillo», prosegue il giornalista, con la tipica voce nasale degli inviati di un tempo.

Per creare quel “gingillo”, Piero Taruffi, leggendario pilota e ingegnere, ha passato dei mesi nel suo garage di Roma, insieme all’amico Carlo Giannini. Le sue competenze meccaniche e tecnologiche, unite alla visionaria ambizione, hanno prodotto il bisiluro motorizzato, soprannominato Tarf in onore del suo creatore, un veicolo avveniristico che tra la fine degli anni ‘40 e l’inizio degli anni ‘50 batterà una ventina di record velocità, superando per la prima volta il muro dei 300 chilometri orari.

La storia d’amore tra Taruffi e i motori è iniziata comunque ben prima, sin dall’adolescenza, quando il padre, un medico, gli regala una moto AJS 350cc per la maturità classica, nel 1925. Con quella moto britannica, il 19enne Taruffi debutta sul circuito di Monte Mario, una gara di velocità in salita, e vince. Poco dopo, alla passione per le corse, decide di affiancare gli studi in ingegneria, grazie ai quali apprende la conoscenza tecnica delle auto e delle moto. Taruffi inizia a verificare le sue intuizioni durante le corse e sfrutta le gare per avere nuove idee da sviluppare in officina. Diventa un pilota eccezionale, vincitore di 44 gare automobilistiche (tra cui Mille Miglia, Targa Florio e un Gran Premio di Formula 1) e di 23 gare motociclistiche, ma anche un brillante e curioso progettista.

Tra le tante innovazioni e i prototipi da lui progettati, due sono immortali. La Gilera 500 Rondine, considerata la prima motocicletta dell’epoca moderna, e appunto il bisiluro motorizzato, un capolavoro di ambizione e ingegneria.

L’idea di un veicolo con carrozzeria a doppio scafo non è nuova, ci hanno già lavorato due progettisti tedeschi: Ising e von Koenig-Fachsenfeld, ma è Taruffi a sublimarla. Mesi di studio e tentativi lo portano a inaugurare, nel 1948, Tarf1, il suo primo bisiluro. Pesante appena trecento chili, consiste in due telai di alluminio a forma di razzo, collegati da dei tubi sottilissimi: un inno all’aerodinamica.

Nel siluro di sinistra ci sono l’abitacolo del pilota, i comandi e i serbatoi, in quello di destra il motore, inizialmente un Guzzi da 500cc, poi un Gilera da 350cc e infine, all’inizio degli anni ’50, sul nuovo Tarf2, un Maserati da 1.720cc. Quattro ruote, il volante è una doppia cloche, perché per lo sterzo non c’è spazio, mentre tra le due gocce, un alettone regola perfettamente l’aderenza al suolo, consentendo alle ruote di sfiorare appena il terreno.

Per le gomme del suo Tarf, il pilota e ingegnere nato ad Albano Laziale, sui Castelli romani, nel 1906, sceglie i pneumatici moto Pirelli ultraleggeri, e non è la prima volta che il genio creativo di Taruffi si incontra con l’avanguardia tecnica della P lunga. Anche per battere il record di velocità in sella a una moto, si era infatti affidato all’azienda milanese, nel 1937, quando la sua Rondine gommata Pirelli Moto-Cord aveva toccato i 275 chilometri orari sull’autostrada Milano-Bergamo.

E’ nel dicembre del 1948 quando, nel collaudato tratto Bergamo-Brescia, Taruffi svela il suo bisiluro che «pare un aereo» e si prepara, sornione, a farlo volare sull’asfalto. Quarantadue anni, ma già brizzolato, tre anni dopo, in occasione della vittoria della leggendaria Carrera panamericana, i cronisti messicani lo soprannomineranno la Volpe Argentata, per la sua astuzia alla guida e la sua chioma grigia.

Nella fresca ma soleggiata giornata invernale, Taruffi sale nel piccolo abitacolo del bisiluro e, dopo qualche giro di riscaldamento, fa scattare i cronometri: partendo lanciato, abbatte il muro dei 300 chilometri orari, riscrivendo la storia della velocità. Prima del Tarf, nessuna automobile era riuscita a superare, a parità di potenziale, una moto: «Fu perciò grande la mia soddisfazione quando provai la macchina – dirà Taruffi -. La velocità da essa raggiunta non solo eguagliò, ma superò notevolmente quella della motocicletta». Il nuovo record, uno dei tanti collezionati da Taruffi in carriera, non ferma la sua ricerca: tra una gara e l’altra, la volpe argentata si chiude nel garage per perfezionare ulteriormente il bisiluro.

Il 20 marzo 1951, con il nuovo motore Maserati a 4 cilindri da 1.720 centimetri cubi e 2 compressori, Taruffi si presenta sulla Fettuccia di Terracina, il tratto della SS7 che collega Cisterna di Latina a Terracina. Tantissime persone affollano i bordi della strada, per ammirare il passaggio del bolide argentato. Nonostante il vento di fine inverno soffi minaccioso sulla via Appia, dopo un cambio di candele e di pneumatici, Taruffi parte al massimo e raggiunge i 313 chilometri orari a bordo del bisiluro, un primato mondiale. Arriveranno altri record, come quelli sulla pista di Monthlery in Francia e all’autodromo di Monza. Soprattutto, grazie alla sua abilità nel progettare e nel guidare il bisiluro, il veicolo spaziale che quasi decolla sull’asfalto, Taruffi entrerà per sempre nella storia dei motori e della velocità.

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