La parola della settimana è “crisi” (di Massimo Sebastiani)

Massimo Sebastiani)

Crisi di governo è solo una delle tante locuzioni che contengono la parola crisi con cui siamo abituati a convivere dal secondo dopoguerra ad oggi: dalla crisi dei missili di Cuba alla crisi climatica, dalla crisi petrolifera a quella finanziaria. Per noi italiani la crisi di governo è in un certo senso la più abituale: 66 governi a partire dal 1946, quindi in 75 anni, ad una media di poco meno di un governo l’anno e nessuno che sia riuscito a durare un’intera legislatura: il più lungo è stato il Berlusconi II, in carica dal giugno 2001 all’aprile 2005, nemmeno quattro anni.

Già nel 1933, però, in pieno fascismo, c’era chi ironizzava sul ricorso alla parola crisi, come abbiamo sentito nel brano di Rodolfo De Angelis, cantautore, drammaturgo e soprattutto futurista doc. La prima cosa che viene da chiedersi è: quando le crisi sono così frequenti, quando si indulge in quella che qualcuno ha addirittura chiamato crisifilia, cioè compiacimento nei confronti di situazioni di difficoltà, ha ancora senso parlare di crisi?

A parte l’anomalia italiana, la presenza dell’espressione crisi nei nostri modi di dire è così massiccia da porci il problema di come mai la parola abbia letteralmente colonizzato il nostro linguaggio, andando certamente oltre il suo significato originario: crisi di nervi, crisi di pianto, crisi di mezza età, crisi della coppia, della famiglia, del settimo anno, di coscienza, di identità, spirituale, sistemica, dei valori, del 1929, monetaria, congiunturale, energetica, demografica, abitativa, dinastica perfino. E si potrebbe continuare.

Già ma qual è il significato della parola? O meglio da dove nasce?

L’origine dell’uso nella lingua italiana risale al XIV secolo ed è medico: indica la fase decisiva e repentina, di svolta, di una malattia, in senso positivo o negativo. Un particolare stato morboso, dunque, e per  estensione si è passati a parlare di crisi di nervi o di pianto, come abbiamo detto prima. Fino al più generale, e certamente generico, essere in crisi. La provenienza del termine però, che è greca, dice un’altra cosa ancora. Krisis può significare, infatti, diverse cose come capita a tante parole greche, come sa chi ha combattuto al liceo con le affannose ricerche sul Rocci, praticamente il vocabolario unico per varie generazioni. Si va da scelta a decisione a discernimento o anche interpretazione e disputa. Il significato del verbo da cui deriva, krino, aveva un’origine agricola, tipica di tante parole del lessico indoeuropeo, come ci ricorda Massimo Arcangeli nel libro ‘Le magnifiche 100’, dedicato alle parole immateriali.

“Il primo dei significati indicati per krino – scrive Arcangeli – è indotto dall’operazione di separare, durante l’attività di trebbiatura, i chicchi di grano dalla paglia e dai loro involucri. Cos’altro è un critico e cos’altro fa la critica (letteraria, cinematografica ecc) se non distinguere, separare per vederci più chiaro, per riflettere? Non è un caso che questa parola sia sostanzialmente uguale in tutte le lingue europee e si sia caricata in epoca moderna di quei significati come punto di svolta, momento cruciale, instabilità, fase traumatica. Si va dal tedesco Krisis all’inglese Crisis, dal francese crise allo spagnolo crisis al danese krise al croato kriza fino all’islandese kreppa dove è sinonimo di una parola che significa dissenteria. Il mantra che ci ripetiamo almeno da 12 anni, da quando la crisi (appunto) finanziaria dei mutui subprime americani è sbarcata in Europa investendola come uno tsunami, è che ogni crisi è un’opportunità e l’autorità cui si fa riferimento è di quelle che non si possono neanche lontanamente pensare di contestare, Albert Einstein.

Il celebre passaggio, che risale al 1931 e si trova nel libro ‘Come io vedo il mondo’, parla della crisi come di una benedizione perché, scrive Einstein, ‘E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie’. Chi  supera la crisi, supera se stesso senza essere superato’. Ecco perché la crisi è ovunque nel nostro linguaggio: perché, come ha spiegato Massimo Cacciari nel suo Krisis del 1976, che lo fece conoscere ad un pubblico un po’ più vasto di quello degli studi accademici, la crisi non è un turbamento temporaneo ma un elemento strutturale all’Europa stessa, (e quindi all’Occidente) che è spazio eterno di ogni ‘decisione’, di ogni discernimento, di ogni scelta. Un elemento così familiare che ci aspetta ogni giorno al portone di casa, come canta Ivano Fossati nel suo album più pop, La mia banda suona il rock, in un brano del 1979 intitolato La crisi e riproposto anche in anni recenti nel Decadencing tour.

IVANO FOSSATI – LA CRISI

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