La Nobel iraniana per la pace: «L’intervento di Trump è la nostra Resistenza: anche in Italia servirono le bombe degli Alleati»

Mojtaba Khamenei è sano e salvo” nonostante le ferite, ha scritto su Telegram Yousef Pezeshkian, figlio del presidente iraniano Masoud Pezeshkian e consigliere del governo. La dichiarazione arriva mentre attorno alla nuova Guida Suprema si addensano versioni divergenti: secondo fonti iraniane citate dal New York Times, il successore sarebbe rimasto ferito alle gambe nei bombardamenti su Teheran dei primi giorni di guerra e da allora avrebbe drasticamente ridotto ogni comunicazione per evitare di essere localizzato. L’assenza pubblica del giovane leader, nominato tre giorni fa dopo l’uccisione del padre Ali Khamenei, pesa oltre il dato personale. In un sistema costruito sulla centralità degli ayatollah, il vuoto visivo e politico al vertice si riflette sulla tenuta del regime. Eppure, Teheran non ha intenzione di terminare questa guerra.

«Un solo proiettile sparato contro uno dei nostri uomini o delle nostre navi, e farei a pezzi — I’d do a number on — l’isola di Kharg. Entrerei e la prenderei». La frase Donald Trump la pronunciò nel 1988 durante un’intervista al The Guardian. All’epoca era “solo” un magnate immobiliare di New York. Oggi quella minaccia torna al centro del conflitto con l’Iran, mentre Washington valuta se colpire il punto più delicato dell’economia della Repubblica islamica.

Nel Golfo Persico c’è un’isola di appena venti chilometri quadrati, a circa 25 chilometri dalla costa iraniana. Si chiama Kharg. Da lì passa circa il 90% delle esportazioni petrolifere del Paese. Il greggio arriva tramite oleodotti dalla terraferma e viene caricato su petroliere dirette soprattutto verso l’Asia. Senza quel terminale, Teheran perderebbe quasi immediatamente la principale fonte di entrate.

Difende l’intervento americano e israeliano in Iran e lo definisce «la nostra Liberazione, la nostra Resistenza. Come quella italiana nella Seconda Guerra Mondiale contro il nazifascismo». La Nobel per la Pace del 2003, l’attivista e avvocato iraniana Shirin Ebadi, parla con Repubblica dal suo esilio a Londra e dice una cosa che può avere un sapore molto amaro per la sinistra italiana. «Anche allora – aggiunge – servirono le bombe degli Alleati. Se non ci fosse stato un “aiuto” del genere alla Resistenza italiana, il vostro Paese non avrebbe mai riconquistato la libertà.

Per Shirin Ebadi, 78 anni, non saranno le bombe a portare la democrazia, che «arriverà solo con libere elezioni», ma sono il viatico per preparare quel momento. «Quando le bombe distruggeranno l’apparato di repressione del regime e questo non avrà più armi per combattere – spiega – a quel punto sarà costretto a obbedire al popolo, lasciare il potere e cedere a elezioni libere».

«Ora la gente ha paura di scendere in strada ora a protestare: perché ci sono raid giorno e notte, ed è pericolosissimo. Ma se gli Stati Uniti, Israele o qualunque altro Paese riuscirà a distruggere la macchina bellica del regime iraniano, sono certa che la grande maggioranza degli iraniani apprezzerà». Piuttosto Ebadi si dice preoccupata per la reazione del regime in questo momento, perché «quando è in grave difficoltà reagisce sempre con repressione, omicidi e ancora più ferocia».

Per gli iraniani però prevale la speranza, «mai persa», nella caduta degli ayatollah. «Non so» quando finirà la guerra, spiega la Nobel per la Pace. «Dipende da molti fattori. Il regime continuerà a resistere? E quale sarà la reazione dei Paesi vicini? Ma so che negli ultimi 47 anni il popolo iraniano è sceso in piazza pacificamente per protestare e ogni volta c’è stata una repressione brutale. Questo è un momento decisivo per il destino dell’Iran». Ebadi parla del dramma delle «molte vittime civili, tra cui tanti bambini», ma rileva che il regime si sta indebolendo con dotazioni militari sempre più scarse e senza amici nell’area, e dunque – constata – «un lieto fine non è impossibile».

Lo scenario che delinea è quello di «un regime sfinito che si rimette alla volontà popolare, molla il potere e così si arriva a un referendum con la supervisione Onu che decida la Costituzione. Solo allora scoprirete un Iran molto diverso, senza la necessità di arricchire l’uranio o attaccare gli altri Paesi. E finalmente si potrà vivere in pace», dice Ebadi, che in fin dei conti non si mostra poi così interessata alle ragioni che hanno mosso Trump.

Alla domanda se creda davvero che a Trump siano a cuore la libertà e la democrazia degli iraniani, la Nobel risponde di non saperlo e aggiunge che «Trump l’hanno votato gli americani, non noi iraniani. E poi gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran non per esportare la democrazia, bensì per distruggere le decine di siti nucleari di uranio arricchito, che erano una minaccia per Israele. Perché diciamolo: questa guerra tra regime iraniano, Usa e Israele è iniziata nel 1979 con la fondazione della Repubblica islamica, la cui politica estera è esplicitamente fondata sulla distruzione di Israele e sulla cacciata degli americani dal Medio Oriente. Una strategia folle, che ha trascinato la popolazione nel baratro: oggi il 70% degli iraniani – ricorda – vive sotto la soglia della povertà».

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