La morte della bellezza

Proseguono gli spettacoli tratti dalle opere di Giuseppe Patroni Griffi per il ciclo Storie naturali e strafottenti, promosso dallo Stabile in occasione del decennale della scomparsa dello scrittore, sceneggiatore e regista napoletano avvenuta a Roma il 15 dicembre del 2005. Dopo D’estate con la barca con la regia di Luca De Fusco e Il mio cuore è nel Sud firmato da Mariano Rigillo, il 22 gennaio al Ridotto del Mercadante debutta La morte della bellezza, dall’omonimo romanzo di Patroni Griffi, con la regia di Benedetto Sicca, che ne è anche interprete insieme a Mauro Lamantia, in scena al Mercadante fino al 1 febbraio. Le scene sono di Luigi Ferrigno, i costumi di Zaira de Vincentiis, il disegno luci di Marco Giusti. La produzione è del Teatro Stabile di Napoli. Pubblicato nel 1987, La morte della bellezza è considerato il romanzo capolavoro di Giuseppe Patroni Griffi. Narra la storia romantica e crudele, tenera ed erotica tra due giovani ragazzi turbati da un’irresistibile attrazione fisica e sentimentale. La vicenda è ambientata a Napoli nello scenario desolante di una città in guerra, dove divampa l’amore tra Lilandt, un insegnante italo-tedesco, rimasto solo, dopo la morte dei genitori, ad abitare una grande villa ormai in sfacelo, e Eugenio, un bellissimo liceale napoletano. E’ scritto nel destino che i due debbano cercarsi nella città devastata e trovarsi nelle pieghe del loro essere. Nelle pagine del libro la storia della passione giovanile si intreccia con la descrizione di una città ferita e in lotta per la vita. “La morte della bellezza”, scrive nelle sue note Benedetto Sicca, non si può mettere in scena, non si può adattare e non si può ridurre. La morte della bellezza si deve leggere. Però lo si deve leggere!  Per conoscere la limpidezza e la preziosità con cui Peppino Patroni Griffi ha narrato le vicende di Eugenio e Lilandt, ha raccontato il loro amore ed ha attraversato l’oscenità con un linguaggio così alto ed aulico da renderla lirica e, sopra tutto, normale.  Il romanzo è, infatti, anche un dialogo tra l’autore ed un modo di vivere la sodomia e l’amore omosessuale pieno di sensi di colpa, di paure e di complessi di inferiorità rispetto all’amore, così detto, normale. Attraverso il personaggio di Eugenio, che Patroni Griffi aveva già inaugurato nel racconto del 1948 dal titolo “La notte blu del tram”, l’autore sembra essere tornato a riflettere, circa quaranta anni dopo, su quanto la struggente palpitazione che si prova nella scoperta dell’amore, non debba essere oggetto della propria vergogna, ma di un processo di conoscenza che porta alla libertà, alla bellezza ed alla vita. 
Anche se i personaggi del romanzo non risolvono tutti i propri dubbi e le proprie paure, il modo in cui Patroni Griffi ne descrive le emozioni ed i desideri più viscerali sembra parlare, in tal senso, di una revisione delle proprie pulsioni giovanili, liberate dal peso del condizionante perbenismo borghese. Attraverso il teatro, prosegue ancora il regista, in un dialogo diretto con il pubblico, mi pongo di fronte a questo meraviglioso romanzo di formazione sulla bellezza dell’oscenità, con l’intento di trasmettere il desiderio di leggerlo e di azzardare una tenue speculazione affettiva insieme a chi già lo avesse letto. Le parole saranno quelle che Peppino regala ai due uomini protagonisti del romanzo. I corpi saranno il mio e quello di Mauro Lamantia. La bellezza, spero, sarà l’incontro con lo sguardo del pubblico che si troverà di fronte ai dubbi e ai desideri di due creature che si scoprono per caso e si scelgono per necessità.

 

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