La grande sete della montagna: “Senza acqua allevamenti in ginocchio e rifugi in affanno”

Prima la siccità, poi le alluvioni. Quanto avvenuto nella lombarda Valcamonica  nelle ultime due settimane è un esempio emblematico dell’effetto del surriscaldamento globale in quota, e non solo. Prima l’emergenza idrica causata dal caldo africano, con alcuni comuni costretti a emanare ordinanze per il razionamento dell’acqua. Poi, quasi come contrappasso, piogge torrenziali ed esondazioni che causano allagamenti e devastazioni. Secondo i meteorologi è solo uno degli effetti del cambiamento climatico che sta drammaticamente coinvolgendo anche le terre alte.

Con il clima bollente, i consumi d’acqua aumentano. Ma di acqua in quota ce n’è poca. Specie i paesi che non possono approvvigionarsi da un acquedotto in valle, devono far fronte all’emergenza idrica come possono: rifornendo i bacini con le autobotti, razionando il consumo e limitandolo su decisione dei sindaci all’uso alimentare o domestico. Ma spesso non basta.

A quote elevate è emergenza. Il rifugio Gonella sul Monte Bianco già 15 giorni fa ha alzato bandiera bianca e il 18 luglio ha chiuso «per siccità». Per la stessa ragione, un rifugio su quattro di Alpi e Appennini rischia di dover interrompere in anticipo la stagione se la tendenza non cambierà: «Già a fine luglio le riserve idriche sono infatti ridotte ai livelli di fine agosto», sostengono i gestori dei rifugi.

Negli allevamenti in quota la situazione, se possibile, è ancora peggiore. Gli alpeggi sono in ginocchio. Secondo un monitoraggio della Coldiretti pozze e vasche per abbeverare i bovini sono in secca, l’erba è bruciata dal sole. Molti malgari hanno deciso di anticipare di un mese il taglio del fieno per tentare di salvare il salvabile. In più, la siccità sta creando problemi anche alla salute degli animali in alpeggio: «Il caldo e l’erba secca costringono gli animali a spostarsi di più per trovare foraggi ancora verdi, con il rischio di sovraccarico e traumi a danno delle articolazioni», lamentano gli allevatori.

Le aziende agricole si arrangiano come riescono: trasportando in quota coi trattori condotte e cisterne per abbeverare gli animali e irrigare gli alpeggi, che quest’anno non hanno praticamente visto la neve. Basta osservare fiumi e torrenti di montagna: sono gonfi solo dell’acqua torbida di fusione dei ghiacciai, mentre i laghetti alpini sono ridotti a pozzanghere e le sorgenti sono sull’orlo del prosciugamento.

Il risultato è che la produzione casearia di malghe e alpeggi sta crollando, anche a causa dell’impennata dei costi di materie prime ed energia. E così qualche allevatore ha già anticipato di due mesi la transumanza a valle di ovini e bovini. A causa della siccità in altura, si riportano gli animali nelle stalle in pianura: «Troppo proibitive le condizioni perché sia sostenibile tenere aperti i pascoli in quota», dicono. Se l’assenza di pioggia continuerà – avverte la Coldiretti – col rientro forzato a valle gli allevatori rischiano di trovarsi senza fieno sufficiente da destinare agli animali nei prossimi mesi, avendo come unica alternativa quella di acquistare foraggi e mangimi sul mercato a prezzi molto elevati».

L’emergenza siccità ha sollevato recentemente l’appello di nove associazioni per l’adattamento alla crisi climatica. «La grave crisi idrica in corso è senza dubbio da inquadrare nella epocale crisi climatica ed ecologica in atto e come tale va approcciata in modo strutturale, affrontando le cause e non correndo dietro ai sintomi. Bisogna dunque evitare risposte emergenziali e analizzare il problema con freddezza per individuare le soluzioni». Questo l’appello che varie associazioni tra cui Club Alpino Italiano, Legambiente, Lipu, Mountain Wilderness e WWF Italia hanno lanciato ricordando che la crisi climatica e la siccità non guardano in faccia a nessuno, neanche alla crisi del governo: «Serve un’azione politica che vada oltre l’emergenza con la messa in atto di efficaci “piani ordinari”». Per questo le associazioni hanno rilanciato quelli che loro giudicano sette interventi chiave per far fronte all’emergenza climatica. «Per mitigare e adattarsi ai cambiamenti climatici sono necessarie misure ragionate e strutturali che guardino al medio e al lungo termine, pensando all’ambiente che lasceremo alle future generazioni», hanno dichiarato il presidente generale del CAI Antonio Montani e il delegato della presidenza generale all’ambiente Mario Vaccarella.

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