Nel caso dell’ultimo livoroso attacco di Pino Corrias contro Marina Berlusconi, regna un silenzio che sa di complicità. Perché contro di lei tutto è permesso? La replica di Corrias non è certo giornalismo e nemmeno critica politica, ma un esercizio di fango che scivola sul personale. Si pretende di spiegarle chi fosse suo padre, di psicanalizzare il suo presunto “specchio”, arrivando a colpevolizzarla per un’eredità culturale che il giornalista stesso decide essere uno “scempio”. È qui che emerge il doppiopesismo etico: la solidarietà femminile e il rispetto umano diventano valori negoziabili a seconda della tessera elettorale o dell’albero genealogico. Se sei “una di loro”, ogni offesa è violenza; se ti chiami Berlusconi, l’insulto diventa un esercizio di stile, una medaglia da appuntarsi al petto in nome di una presunta superiorità morale.
È il tentativo di negare a Marina Berlusconi la propria identità, riducendola a un bersaglio su cui sfogare rancori mai sopiti. Sui padri, poi, certa stampa, sembra avere perso ogni freno inibitore. Come ha detto lei stessa intervenendo alla Camera, pur di colpire Giorgia Meloni, è stato tirato in ballo per improbabili questioni di mafia il padre mancato da molti anni e che la Presidente del consiglio non ha più frequentato dai suoi 11 anni. Il punto non è più la politica, ma la tenuta democratica del nostro linguaggio. Se permettiamo che un cognome diventi una zona franca dove il rispetto scompare, abbiamo perso tutti. Perché una dignità che dipende dal casato non è un diritto, è un privilegio che la peggior stampa si arroga il potere di concedere o revocare a piacimento. E questo, in una democrazia moderna, dovrebbe far paura a tutti, non solo a chi quel cognome lo porta.
E’ durissima la reazione di Marina Berlusconi all’articolo, pubblicato dal “Fatto Quotidiano“, in cui si ipotizzava una sua discesa in campo, nel solco del padre: quelle strane ironie sui suoi consulenti, presi da “Ciao Darwin”, sull’hobby consolatorio della palestra, sulla chirurgia estetica, sul tono della sua voce “infantile”, sulla sua unica attività di pettinatrice di piante e di tutor delle fidanzate del padre morto. Roba triste e volgare, anche falsa, secondo la presidente di Fininvest, che ha dato alla luce una nota durissima nella quale definisce “poverini” i Travaglio e Corrias (autore dell’articolo) per le sciocchezze scritte, compresa quella sul suo imminente impegno politico, definendo comunque “medaglie” al petto tutti gli articoli contro lei e il padre da parte del “Fatto Quotidiano”.
“Dietro le tante fantasie che Pino Corrias” su ‘Il Fatto Quotidiano’ “scrive su di me – i miei testi attribuiti a Ciao Darwin, un presunto ‘dialogue coach’ per la mia voce, la solita fantomatica idea di una mia discesa in campo – si nascondono i peggiori tratti di un disprezzo per il genere femminile che, se vogliamo restare in campo evoluzionistico, definirei ‘cavernicolo’. Per non parlare di una spiccata attitudine a quello che i suoi colleghi progressisti chiamerebbero ‘body shaming’”, dice la presidente di Fininvest, Marina Berlusconi, in una lettera inviata a ‘Dagospia‘. “Non so se Corrias abbia una moglie, una figlia, una sorella, ma nel dubbio esprimo loro tutta la mia solidarieta’: condividere la vita con un uomo prigioniero di idee tanto retrograde, misogine e profondamente ‘patriarcali’ – sempre per citare i progressisti, quelli veri – deve essere di certo un faticoso esercizio di resistenza. Tutto questo premesso, devo dire che gli attacchi del Fatto Quotidiano per me sono medaglie al valore, che mi appunto con grande soddisfazione sulla giacca. Certo, spiace vedere che in tanti anni di onorato servizio e nonostante un talento giornalistico davvero spiccato, Travaglio, Corrias e la loro banda non si siano mai trovati un’altra ragion d’essere, editoriale ed esistenziale, al di fuori dell’ossessione antiberlusconiana. Poverini, deve essere davvero frustrante”, conclude.
Cosa aveva scritto Pino Corrias
La sintesi è questa: “… In questi giorni, Marina sta preparando armi e beauty case esattamente come fece il babbo, nel lungo e periglioso inverno del 1993, quando dai debiti della Fininvest e dal rischio di finire “sotto un ponte o in galera” (Confalonieri dixit) estrasse il coniglio di Forza Italia, un partito che avrebbe protetto i suoi scheletri di cantieri edili magicamente finanziati e le antenne illegalmente nate, come avevano fatto i partiti a libro paga che Mani Pulite stava decapitando. A questo giro sono i crediti a muovere Marina Berlusconi titolare dell’azienda FI, dove paga tutto e conta niente. Non ne può più di aspettare. Anche se non lo fa per i 90 milioni di euro che garantisce in fideiussioni al partito ogni anno. Lo fa per psicologiche ragioni… Cos’ha combinato nel tempo che ha visto fuggire dallo specchio? In Mondadori, da 23 anni ha un ufficio sontuosamente vuoto, dove pettina le piante, sovrintende sonnifere riunioni, attende l’ora in cui l’autista la porterà nella sua amata e solitaria palestra Technogym a scolpire quel che la chirurgia estetica, in tante e dolorose modificazioni, ha inciso sulla sua pelle. In quanto al cuore ha finito per affezionarsi alle fidanzate del padre, sempre a protezione del padre, prima Francesca Pascale. Ora Marta Fascina, detta la Muta, che deambula tra i tappeti di Arcore, pagata da un seggio a nostre spese, mentre tiene compagnia alle ombre e la aspetta per cena. Non c’è più Marcello Dell’Utri a costruire la squadra a questo giro. Le sue benemerenze sono finite sotto la condanna definitiva per mafia… A selezionare i nuovi candidati è stato chiamato Danilo Pellegrino, amministratore delegato Fininvest, affidabile, riservato. Che Marina ha voluto al tavolo della riunione-gogna proprio per studiarsi da vicino il povero Tajani e sceglierli al contrario. La rete di Publitalia c’è ancora per pescare imprenditori, professionisti o furbacchioni candidabili, come avvenne trent’anni fa, quando dai provini saltarono fuori decine di futuri deputati, da Paolo Romani a Martusciello, da Lo Jucco ad Antonio Palmieri, tutti dilettanti della politica, ma svegli nella comunicazione, niente barba, eleganti scarpe inglesi da indossare a comando, come le opinioni. Marina li vuole “moderati”, e “moderni”. In difesa dell’azienda, ovvio. Ma anche aperti ai diritti civili, alle famiglie arcobaleno, in stile radicale. Aperti all’Europa di Draghi e ai Parioli di Calenda. Sempre indisponibili a superare il filo spinato delle troppe tasse ai ricchi. Guai alle patrimoniali. Proibito disturbare i profitti delle banche. O interferire con il libero mercato della finanza, dell’etere, dei giacimenti digitali… Da tempo Marina sta provando a migliorarsi con infiniti esercizi di postura e voce davanti allo specchio delle telecamere. Ha chiesto agli stessi autori di Ciao Darwin che avevano lavorato per le campagne elettorali del padre, scrivendogli gag e aneddoti portatili, di scrivere nuovi testi per lei. Ha ingaggiato un dialogue coach per modificare il tono infantile della voce e le fragilità della timidezza…”.
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