La ‘Fuga’ noir attraverso la Bretagna

Formano una coppia straordinaria i protagonisti del romanzo di Gianluigi Schiavon. Lui, il commissario parigino Lucien Bertot, il cui stile troppo personale e vecchia maniera non piace ai superiori. E lei? La solita ragazza perduta, o quasi, che si redime o muore alla penultima pagina, secondo il cliché? No, è la nostra Europa, che tutti crediamo di conoscere, e non finiamo mai di scoprire, anche grazie a ‘La fuga – Delitto in Bretagna’ storia difficile da definire, ed è questo un pregio raro. Il romanzo di Schiavon non è un noir, non è un thriller, non è una storia d’amore, un pizzico di tutto. Un cocktail di cui, pagina dopo pagina, si viene tentati di abusare. La sua caccia, si apre a Strasburgo sulle sponde del Reno, si sposta a Berlino, quella di moda, ma di cui Schiavon coglie l’anima nascosta, prosegue attraverso la Francia, si conclude nella Bretagna delle grandi maree, dove il mare e la terraridono.  In compagnia del rude Bertot, di Michelle e Julien, gli amanti giovani e imbranati in fuga, o di Jean- Claude, ex pugile che ricorda antichi trionfi e sconfitte, e di Marie, la donna che accarezza le sequoie. La trama, ovvio, per quello che in fondo è un giallo, o un krimi come dicono i tedeschi, non va raccontata. Diciamo che il plot si nasconde nella vetrata della cattedrale di Quimper. E questo basta. Non è una storia all’italiana, con l’eterno commissario sconfitto dagli anni, non importa dove lavori, a Milano, a Roma, o a Firenze, alle prese con un’umanità che si vorrebbe autentica, ed invece, tranne eccezioni,  ormai è di maniera. ‘La fuga’ ricorda il corso José Giovanni, le cui storie finivano immancabilmente al cinema. E per Bertot l’interprete ideale sarebbe Lino Ventura, purtroppo scomparso.

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