La ‘famiglia nel bosco’ e Matteo Salvini: “Sarò lì la prossima settimana, l’obiettivo è riportare i bambini a casa”

Parliamo della famiglia nel bosco, ovvero,  di mamma Catherine Birmingham, di papà Nathan Trevallion e dei piccoli Utopia Rose (otto anni), Galorian e Bluebell (sei anni). L’obiettivo di Catherine e Nathan era quello di crescere i loro figli il più possibile vicino alla natura. La vicenda è ormai divenuta internazionale.

Catherine è stata allontanata dalla struttura protetta di Vasto in cui si trovava insieme ai suoi bambini. Dopo essere stati separati dal padre, i piccoli si sono quindi visti strappare anche la mamma. Chi, lo scorso venerdì sera, si trovava alla casa famiglia ha assistito a una scena a dir poco straziante. I bambini si sono aggrappati alla madre quando hanno compreso che anche lei se ne sarebbe andata. Eppure c’era un ordine di allontanamento da rendere effettivo. Il tribunale per i minorenni dell’Aquila non ha lasciato margini.

Le parole degli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas, riportate da il Corriere, sono state il pensiero di molti: “Credevamo di vivere in un Paese civile, ma non lo è”.

Sulla vicenda è intervenuta più volte anche la politica. In tanti hanno preso posizione, soprattutto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che non ha mancato di esprimere la propria contrarietà. “I figli non sono dello Stato, i magistrati dimenticano i limiti”, ha dichiarato.

Mentre gli avvocati dei Trevallion sono pronti a presentare reclamo presso la Corte d’Appello dell’Aquila, si fanno sentire anche il ministro della Famiglia Eugenia Roccella e il vicepremier, e ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini. Per Roccella, separare i figli dai genitori è “una misura davvero estrema. La separazione dai genitori deve essere l’ultima spiaggia, non la prima”. Salvini, invece, definisce la vicenda come una “forma di violenza istituzionalizzata”. Il leader della Lega è pronto a recarsi di persona sul posto per sostenere la famiglia. “Uno Stato che porta via i bambini a mamma e a papà non è lo Stato in cui voglio crescere i miei figli”, ha tuonato sui social. “In questi mesi le abbiamo provate tutte per la famiglia nel bosco: ricorsi, ispezioni ministeriali, petizioni, appelli. Niente. Le cose vanno sempre peggio. Cosa rimane da fare? Andarci. Ci andrò. Ci andrò non da vicepresidente del Consiglio, non da ministro, ma da papà, da genitore disgustato da questa forma di violenza istituzionalizzata. Mi sembra che non sia la soluzione. Mi sembra che quei tre bimbi, che hanno vissuto per anni felici, siano alla disperazione. Mi vergogno, da italiano, di aver offerto a quei due ragazzi stranieri, arrivati da lontano e hanno cercato nell’Italia – pagando, a differenza di tanti altri – il futuro per i loro figli… Ci vado, personalmente. Da papà, da Matteo, con degli avvocati, per incontrare chi gestisce quella casa famiglia, gli assistenti sociali, gli psicologi, i giudici minorili. L’obiettivo, con le buone maniere ma con determinazione, è riportare a casa quei tre bambini”.

Finora Birmingham aveva potuto stare nella casa famiglia con i figli. Con un’ordinanza emessa venerdì, però, i giudici hanno deciso di allontanarla, basandosi su alcune relazioni della struttura di accoglienza che descrivevano il comportamento ostile e non collaborativo di Birmingham.

Nell’ordinanza la giudice presidente del tribunale, Cecilia Angrisano, ha scritto che l’ostilità di Birmingham «nei confronti delle scelte compiute dalla tutrice e dal Servizio sociale inizia a manifestarsi con crescente veemenza». Comprende i racconti delle educatrici e degli educatori, secondo cui Birmingham sarebbe intervenuta più volte screditando il loro lavoro e facendo peggiorare il comportamento dei bambini (due gemelli di 7 anni e una bambina di 8 anni).

In particolare nell’ultima settimana i bambini avrebbero interrotto ogni dialogo con il personale: avrebbero chiamato le educatrici «cattive persone», un’espressione usata spesso dalla madre davanti ai figli. Secondo il racconto delle educatrici, i bambini avrebbero persino cercato di far loro del male: «Con tale intento hanno rotto delle persiane per crearsi dei bastoni da lanciare, rischiando di farsi male e di colpire anche una bambina di pochi mesi, ospite con la madre, e creando dei piccoli tagli sotto il mento e nel palmo di una mano di un’educatrice. Catherine non è intervenuta per fermare o richiamare i figli, ma ha riferito che il loro atteggiamento è solo colpa nostra e si è allontanata».

Nell’ordinanza si legge che l’umore di Birmingham è peggiorato «verosimilmente poiché la signora mostra di avere per qualche ragione coltivato l’illusione di una permanenza in comunità molto breve e di un sollecito ripristino della convivenza di tutta la famiglia presso la propria abitazione». Trovare un punto di incontro è difficile, raccontano le educatrici, perché Birmingham «deride i nostri tentativi» e «non si fida di nessuno», influenzando «i bambini che a suo dire sono arrabbiati con tutti perché vogliono tornare a casa».

In tutto questo sembra che il padre, Trevallion, abbia acquisito un ruolo di mediatore e pacificatore, tant’è che le sue visite settimanali sono state aumentate da due a tre. Secondo l’ordinanza durante quelle visite i figli sono sempre contenti, ed è stato grazie alle rassicurazioni di Trevallion alla moglie che il 14 gennaio scorso è stato possibile vaccinare i bambini.

Secondo una delle relazioni della casa famiglia, l’11 febbraio Birmingham «ha rifiutato di rientrare nell’appartamento assegnato e ha preteso di dormire nella stanza dei figli, mostrando un atteggiamento marcatamente oppositivo e non collaborativo che siamo stati costretti ad assecondare».

Il caso della “famiglia nel bosco” è diventato nazionale e discusso a partire dall’autunno scorso, quando venne deciso l’allontanamento dei figli dalla loro abitazione, giudicata inadeguata rispetto alle loro esigenze. La famiglia aveva infatti deciso di vivere a Palmoli, in provincia di Chieti, in una piccola casa di campagna senza bagni all’interno e con alcuni problemi strutturali. Inoltre i bambini stavano seguendo un percorso scolastico autonomo, una specie di homeschooling, e proprio per valutare il loro progresso affettivo ed educativo era stata avviata una perizia psicologica sulla quale basare la decisione sul ricongiungimento.

Proprio l’istruzione è un aspetto su cui l’ultima ordinanza del tribunale si concentra molto, facendo riferimento a una relazione della sezione di neuropsichiatria infantile della ASL Lanciano Vasto Chieti.

Secondo questa relazione i bambini avrebbero sviluppato competenze «sotto fascia a causa della mancata scolarizzazione». Il quotidiano locale Il Centro fa notare però che i giudici si sono soffermati su questo aspetto della relazione, tralasciando i passaggi in cui la ASL suggerisce un ricongiungimento dei genitori con i figli, e in cui osserva nei bambini «una sostanziale adeguatezza nelle aree emotivo-relazionali».

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