La classe media continua a scivolare ai margini del dibattito pubblico, mentre le classi dirigenti sembrano incapaci di cogliere la portata di questo declino. La retorica politica si concentra di volta in volta sui “più fragili” o sulle élite produttive, lasciando nel mezzo un’ampia fascia di cittadini che sostiene il sistema con il proprio lavoro, le proprie tasse e la propria stabilità sociale.Si tratta di famiglie che non chiedono privilegi ma riconoscimento, che non aspirano a sussidi ma a servizi efficienti, a un fisco equo, a opportunità reali per i figli. Eppure, ciclicamente, sono proprio loro a pagare il prezzo delle crisi economiche, dell’inflazione e delle riforme incompiute.Un Paese che trascura la sua classe media è un Paese che indebolisce se stesso, perché rinuncia alla solidità del ceto che storicamente tiene insieme la società, garantisce consumi, alimenta l’innovazione e modera i conflitti. E se oggi cresce il malessere, non è per mancanza di voce ma per mancanza di ascolto: chi governa preferisce puntare su slogan e bonus estemporanei invece di costruire politiche strutturali che restituiscano fiducia e prospettiva. La miopia delle classi dirigenti rischia così di trasformarsi in un boomerang, perché una classe media frustrata non è soltanto un problema sociale ma anche un pericolo politico, capace di alimentare sfiducia, polarizzazione e instabilità.Finché non si tornerà a considerarne bisogni e aspirazioni, ogni promessa di crescita resterà retorica e ogni riforma un compromesso al ribasso.
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