Al Festival Lirico Sperimentale di Spoleto la rara opera di Luciano Chailly incontra la regia guizzante di Pier Luigi Pizzi. Tra Union Jack, colori pop, nonsense e una compagnia di solide voci liriche, il teatro dell’assurdo diventa una festa di musica e comicità.
“Lo seguo logicamente, ma senza alcuna logica. Non ci dobbiamo prendere sul serio e prima di tutto divertirci”. È Pier Luigi Pizzi a indicare, nel programma di sala, la chiave della sua La cantatrice calva, opera di Luciano Chailly tratta dall’omonima, celeberrima anticommedia di Eugène Ionesco. E dopo aver assistito alla rappresentazione, quella dichiarazione appare quasi come una perfetta sintesi di ciò che accade sul palcoscenico.
Perché l’assurdo, a Spoleto, non viene spiegato, viene “giocato”.
La Cantatrice calva di Ionesco, del 1950, che apre idealmente la stagione del Teatro dell’Assurdo, mette in crisi le convenzioni del teatro borghese attraverso una cena nella quale due coppie si confrontano con dialoghi privi di senso, luoghi comuni, ripetizioni, paradossi e giochi di parole. Dietro l’apparente nonsense si nasconde una riflessione profonda sull’incomunicabilità, sull’inconsistenza delle relazioni umane e sul conformismo, sulla crisi della parola e della razionalità quotidiana.
È proprio questa materia che Luciano Chailly trasforma in musica nel 1982. La sua opera da camera in un atto, costruita secondo un tema con venti variazioni in rapporto alle undici scene di Ionesco, non si limita ad accompagnare il testo, ma ne raccoglie la natura paradossale e imprevedibile in una scrittura musicale che il Maestro Marco Angius, nel programma di sala, definisce “acida e implacabile”. La musica diventa così un ulteriore livello dell’assurdo, un gioco di specchi fra palcoscenico e orchestra nel quale le trame strumentali sembrano prolungare e deformare ciò che accade sulla scena.
Alla guida dei solisti dell’Orchestra Filarmonica Umbra V. Calamani, Angius asseconda il complesso meccanismo della partitura, sostenendo una rappresentazione nella quale la componente musicale conserva tutta la sua centralità.
Nella recita di sabato 5 settembre, sorprende piacevolmente la solidità vocale dell’intera compagnia, Oronzo D’Urso è un Signor Smith dotato di ottimo squillo e proiezione, Valentina Coletti, nei panni della Signora Smith, offre sonorità apprezzabili anche nelle parti recitate e parlate. Ma è il gruppo nel suo insieme a distinguersi per una prestanza vocale pienamente operistica, particolarmente significativa in un’opera da camera e in un titolo di così rara esecuzione.
Con loro Stepan Polishchuk e Anna Pieri, Signore e Signora Martin, partecipano con grande efficacia al gioco teatrale; Sara Di Santo è una Mary dalla spiccata vivacità, protagonista di un momento estremamente esilarante con la sua poesia; Mattia Ribba, nei panni del Capitano dei pompieri, si misura con un brillante intervento di carattere virtuosistico e fortemente giocato sulla parola, contribuendo al crescendo comico dell’insieme. E anche la presenza di Beatrice Caterino, voce interna della Cantatrice calva, acquista un significato particolare proprio nella sua fugace apparizione finale.
Perché la Cantatrice, in realtà, non si vede mai.
La protagonista annunciata dal titolo rimane fuori scena e persino il suo nome entra nel racconto attraverso una delle tante conversazioni nonsense. “Vi ricordate della storia della Cantatrice calva?”, si domanda a un certo punto; e la risposta arriva con la stessa disarmante normalità che governa tutto il mondo di Ionesco: “Sì, si pettinava sempre allo stesso modo.” È una battuta tanto semplice quanto assurda, e proprio per questo irresistibilmente comica.
Soltanto alla fine la Cantatrice diventa realmente una presenza sonora, attraverso il vocalizzo fuori scena affidato a Beatrice Caterino. È quasi la perfetta conclusione di un’opera nella quale ciò che dovrebbe essere centrale rimane sempre ai margini, mentre il linguaggio, progressivamente svuotato di senso, diventa esso stesso materia teatrale e musicale.
La regia di Pier Luigi Pizzi, che firma anche scene, costumi e luci, asseconda questo universo con una libertà visiva che non cerca di imbrigliare l’assurdo, ma di moltiplicarlo. La scena è racchiusa da pareti interamente ricoperte dalla Union Jack, che non resta un semplice riferimento all’ambientazione britannica ma diventa un’autentica ossessione iconografica. La bandiera ritorna negli elementi scenici e negli accessori; quando non è riprodotta direttamente, sono i suoi colori — bianco, rosso e blu — a dominare i costumi.
L’effetto è volutamente pop, sgargiante, artificiale, anche il PVC, utilizzato per i costumi di Mary e per gli stivaloni del Capitano dei pompieri, entra in questa estetica iperbolica, quasi fumettistica. Tutto sembra appartenere a un mondo riconoscibile e insieme deformato, nel quale la realtà borghese di Ionesco viene trasformata in un coloratissimo teatro della follia.
E Pizzi sembra divertirsi per primo, la sua infatti è una regia guizzante, piena di trovate, attraversata da quello che si potrebbe definire un entusiasmo fanciullesco per il gioco teatrale.
La comicità cresce progressivamente fino alle scene corali, quando la presenza simultanea dei personaggi trasforma il nonsense in un vero e proprio vortice comico. E quando arrivano gli applausi sembrerebbe che il gioco sia concluso. Invece no.
Marco Angius fa ripartire l’orchestra direttamente dal palcoscenico per l’esecuzione di God Save the King. L’intero cast intona l’inno britannico mentre il direttore, con perfetto senso del paradosso, si siede alla tavola della scena e aspetta che i suoi interpreti finiscano. La Union Jack, onnipresente per tutta la rappresentazione, trova così la sua ultima e più improbabile consacrazione.
Non c’è nulla di celebrativo in quel momento: è semplicemente un’ultima, irresistibile gag.
Ed è forse proprio in quella coda inattesa che si ritrova lo spirito dell’intero spettacolo. L’opera di Chailly, proposta dal Festival Lirico Sperimentale di Spoleto in una delle sue preziose occasioni di riscoperta, incontra un allestimento che non ha paura di divertirsi con l’assurdo e una compagnia capace di affrontare con solidità una scrittura musicale tutt’altro che semplice.

Ionesco mette in crisi la logica, Chailly la trasforma in musica, Pizzi la porta sulla scena e il Festival la restituisce al pubblico. Il risultato è una Cantatrice calva colorata, surreale e sorprendentemente divertente, nella quale continua a respirare quella domanda inquietante sull’incomunicabilità e sulla fragilità delle relazioni umane che rende il teatro di Ionesco molto più profondo di un semplice gioco di parole.
LA CANTATRICE CALVA
Musica di Luciano Chailly
su libretto di Eugène Ionesco
Personaggi e interpreti:
Signor Smith – Oronzo D’Urso
Signora Smith – Valentina Coletti
Signor Martin – Stepan Polishchuk
Signora Martin – Anna Pieri
Mary – Sara Di Santo
Il capitano dei pompieri Mattia Ribba
La cantatrice calva (voce interna) Beatrice Caterino
Direttore d’orchestra Marco Angius
Regia, scene, costumi e luci Pier Luigi Pizzi
Assistente alla regia Mirco Michelon
Assistente alla scenografia Daniel Mall
Realizzazione luci Eva Bruno
Solisti dell’orchestra Filarmonica Umbra V. Calamani
Loredana Margheriti
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