La barba russa

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, l’articolo ricevuto da James Hansen:

La storia abbonda di governi restii a cedere, a fine emergenza, i poteri acquisiti per
contrastare gravi crisi sistemiche come guerre, crolli economici e, ovviamente, epidemie. Le misure
“straordinarie” col tempo diventano permanenti e così pure i nuovi controlli sociali: spesso con ottime
motivazioni, come la necessità di stabilizzare l’economia o, più in generale, di “ricostruire meglio”.

La disponibilità di poteri speciali offre una meravigliosa opportunità per raddrizzare problemi
sociali non direttamente affrontabili con metodi democratici e la tendenza di utilizzarli—a fin di
bene, naturalmente—è forte. Il Governo inglese ora ha lanciato un ballon d’essai sull’opportunità
di usare i sistemi anti-Covid per combattere un’altra “epidemia”—l’obesità—con strumenti che
riducono la tendenza popolare a mangiare alimenti “poco sani”…

Il primo caso moderno—o almeno il più bello—di questo tipo di ingegneria sociale in scala fu la
guerra contro le barbe condotta dall’Imperatore russo Pietro I, “il Grande” (1672-1725), che aveva visto
nell’eccessiva villosità dei propri soggetti un ostacolo alla modernizzazione del paese. Volendo ricreare il
“paesaggio umano” che aveva osservato nel corso dei suoi viaggi nella più evoluta Europa Occidentale,
nel settembre del 1698 decretò una “tassa universale” sulle barbe.

L’aspetto “moderno” consisteva nell’usare il sistema di tassazione contro l’eccessiva peluria. Era
permesso continuare a portare la barba, proprio volendo, ma di colpo diventò un vizio molto caro. La
tariffa annua variava in base al censo. I “barbuti” appartenenti alla Corte, gli ufficiali militari e i
funzionari governativi dovevano pagare 60 rubli l’anno. I mercanti “ricchi”, 100 rubli, mentre i mercanti
minori e gli abitanti metropolitani pagavano 30 rubli. Per i “vilici” barbuti delle campagne la tassa era di
due “mezzi-copechi” ogni volta che entravano in città.

Il calcolo dei cambi storici è un’impresa ardua e soprattutto futile, ma—per andare molto a spanne—un
rublo dell’epoca di Pietro valeva 12 grammi d’argento. Ai nostri tempi l’argento vale poco, ma allora il
cambio era di circa 15 a 1 rispetto all’oro e se l’oro oggi vale quasi 50 al grammo, allora l’ipotetico costo
annuo dei peli facciali era davvero molto al di là delle tasche comuni. Chi pagava comunque otteneva
come ricevuta un gettone metallico raffigurante una barba—in argento per gli aristocratici, in rame per
la plebe. Molti dei gettoni riportavano sul retro un’iscrizione in russo che diceva “la barba è un peso
superf luo”. Sono comprensibilmente rari al giorno d’oggi e molto ricercati dai collezionisti.

L’ipotesi corrente inglese non riguarda i peli facciali. Comporterebbe invece una sorta di monitoraggio
degli acquisti alimentari allo scopo di poter “premiare”, forse con sconti fiscali di qualche tipo, quelli
che, secondo il tracciamento, fanno tanto movimento o comprano molte verdure e di “non premiare”—
diciamolo così—i sedentari e chi invece insiste a consumare la carne.

Che il progetto vada a buon fine è improbabile. Tra l’altro, implicherebbe vietare subito anche l’utilizzo
dei contanti. Altrimenti i furbastri userebbero i pagamenti elettronici per acquistare il verdume e la
cartamoneta per ingozzarsi di hamburger.


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