Kiev non è Teheran

Donald Trump continua a ripetere che la guerra in Ucraina potrebbe essere fermata rapidamente, quasi per effetto della sola volontà politica americana. È una narrazione efficace sul piano comunicativo, ma molto meno solida sul piano strategico. L’idea che il conflitto possa essere chiuso attraverso una semplice pressione diplomatica esercitata da Washington presuppone infatti una condizione che oggi non esiste: la disponibilità della Russia ad accettare un compromesso che rinunci agli obiettivi per i quali ha investito uomini, risorse e prestigio internazionale. Mosca non combatte una guerra periferica. Combatte una guerra che considera esistenziale per la propria sicurezza, per il proprio ruolo geopolitico e per la tenuta stessa del sistema politico costruito da Vladimir Putin.
Il punto centrale è che Kiev non è Teheran. L’Ucraina non è un avversario isolato che può essere contenuto o intimidito mediante una combinazione di sanzioni, minacce e negoziati indiretti. È uno Stato che combatte per la propria sopravvivenza nazionale e che, a oltre quattro anni dall’invasione russa del 2022, ha costruito una capacità di resistenza militare e politica che nessun leader occidentale può semplicemente ignorare. Anche ammesso che la Casa Bianca decidesse di ridurre drasticamente il sostegno a Kiev, ciò non produrrebbe automaticamente la fine delle ostilità. Potrebbe invece generare una fase ancora più instabile e imprevedibile del conflitto.
Trump sembra ragionare partendo da una premessa tipicamente transazionale: ogni crisi internazionale sarebbe risolvibile attraverso un accordo nel quale ciascuna parte riceve qualcosa in cambio. Questo approccio può funzionare in molte controversie economiche o diplomatiche, ma incontra limiti evidenti quando entra nel terreno delle guerre identitarie e territoriali. Per la leadership russa, le regioni occupate rappresentano una conquista da consolidare. Per gli ucraini, rappresentano territori nazionali da recuperare. In mezzo non esiste uno spazio negoziale ampio quanto quello che il dibattito politico americano spesso immagina.
Esiste inoltre un problema di credibilità. Per costringere entrambe le parti a fare concessioni occorre possedere strumenti di pressione efficaci. Washington conserva certamente un peso decisivo, ma non dispone più del livello di influenza unilaterale che caratterizzava la fase immediatamente successiva alla Guerra Fredda. La Russia ha dimostrato di poter assorbire anni di sanzioni economiche, riorganizzare la propria industria militare e mantenere relazioni strategiche con attori non occidentali. Questo non significa che il costo della guerra sia irrilevante per Mosca. Significa però che il costo, da solo, non è sufficiente a imporre una resa politica.
Anche sul fronte ucraino le leve americane hanno limiti concreti. Kiev dipende dal sostegno occidentale, ma possiede una propria autonomia politica. Nessun presidente ucraino potrebbe accettare facilmente la perdita definitiva di territori senza affrontare conseguenze interne enormi. Chi immagina una firma immediata sotto pressione americana sottovaluta il peso della società ucraina, dell’apparato militare e delle dinamiche nazionali che si sono consolidate dall’invasione del 2022.
C’è poi un aspetto che spesso sfugge al dibattito statunitense. Le guerre non terminano perché una grande potenza decide che devono terminare. Terminano quando i protagonisti raggiungono un equilibrio tra costi, obiettivi e capacità residue di combattimento. In questo momento nessuna delle due parti appare vicina a quel punto. La Russia ritiene di poter ancora avanzare lentamente sul terreno. L’Ucraina ritiene di poter ancora impedire una vittoria russa definitiva. Finché queste valutazioni resteranno in piedi, qualsiasi iniziativa diplomatica incontrerà ostacoli strutturali.
Trump può certamente modificare il livello di coinvolgimento americano. Può ridurre gli aiuti, aumentarli o ridefinirne le condizioni. Può tentare di aprire canali negoziali più diretti con il Cremlino. Può persino cambiare radicalmente il linguaggio politico utilizzato da Washington. Quello che non può fare è trasformare con un atto di volontà una guerra ancora aperta in una pace condivisa.
La differenza tra uno slogan elettorale e una strategia internazionale sta tutta qui. Dire che il conflitto deve finire è semplice. Creare le condizioni perché finisca è molto più difficile. E oggi, al di là delle dichiarazioni, gli Stati Uniti non sembrano possedere le carte necessarie per imporre un esito negoziale accettabile a entrambe le parti. Per questo Kiev non è Teheran. E per questo la promessa di una soluzione rapida continua ad apparire più come un messaggio politico rivolto all’elettorato americano che come una reale prospettiva diplomatica.
Andrea Viscardi

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