Jobs Act in Gazzetta ufficiale ed in vigore

Debutta il nuovo contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti per i neoassunti dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale dei primi due decreti attuativi del Jobs act. Non si può puntare alla perfezione fin da domani, in quanto non mancherà un 20% di errori o di scontenti, ma accontentiamoci dell’80%”, commenta il ministro del Lavoro Giuliano Poletti,  che sottolinea: “Si apre una fase nuova per il lavoro in Italia, nel segno di una maggiore certezza di regole per le imprese, di una prospettiva di stabilità per i lavoratori, di un ampliamento delle tutele e si avvia la costruzione di un nuovo mercato del lavoro più efficiente ed efficace, ed al tempo stesso più equo ed inclusivo”. Sono pronto a raccogliere la sfida sugli effetti positivi del Jobs act, a partire dall’aumento dell’occupazione e sono convinto della bontà delle scelte che abbiamo fatto. Poletti esclude a priori l’idea che si licenzia e poi si riassume con il contratto a tutele crescenti traendo beneficio dagli sgravi: “Non è compatibile con la legge”. E ribadisce che le nuove regole sui licenziamenti si applicano solo ai neo-assunti, in quanto per i vecchi assunti resta l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Il Jobs act, secondo Poletti, potrà produrre fino a 150mila posti di lavoro in più nel 2015.    Nel secondo trimestre del 2015 i dati si vedranno sull’occupazione dopo che i primi due decreti attuativi, sul contratto a tutele crescenti e sulla nuova Aspi, sono stati firmati dal capo dello Stato. Con il contratto a tutele crescenti, certo sotto il profilo della regolamentazione del rapporto di lavoro e conveniente sotto il profilo economico   con la decontribuzione triennale per i nuovi assunti, e la deducibilità dal calcolo dell’imponibile Irap della componente lavoro,   le imprese non avranno più alibi e potranno procedere a nuove assunzioni a tempo indeterminato, che potrà così diventare, dopo decenni di prevalenza di molteplici tipologie contrattuali precarie, la forma contrattuale ordinaria per i nuovi rapporti di lavoro, con riflessi positivi sulle prospettive di vita dei lavoratori e, di conseguenza, anche su una ripresa dei consumi. A questo si unisce una nuova regolamentazione degli strumenti di sostegno per chi resta senza lavoro, che amplia la platea di chi ne può beneficiare e delinea un intervento di politiche attive che aiutino nella ricerca di una nuova occupazione. La pubblicazione ha dato il via libera anche al riordino della normativa sugli ammortizzatori sociali con l’applicazione del nuovo sussidio di disoccupazione (Naspi) che entrerà in funzione da maggio. Naspi è il nuovo assegno che vale per gli eventi di disoccupazione che si verificano dal 1° maggio 2015 per tutti i lavoratori dipendenti che abbiano perso l’impiego e che hanno cumulato almeno 13 settimane di contribuzione negli ultimi 4 anni di lavoro, ed almeno 18 giornate effettive di lavoro negli ultimi 12 mesi. La base retributiva sono gli ultimi 4 anni di impiego, anche non continuativo, rapportati alle settimane contributive e moltiplicati per il coefficiente 4.33. La prestazione dura un numero di settimane corrispondente alla metà delle settimane contributive degli ultimi 4 anni di lavoro mentre l’indennità prevede un tetto di 1.300 euro con un decalage del 3% al mese dal 4^ mese in poi. Il lavoratore in Naspi non può rifiutare iniziative riqualificazione professionale pena la perdita dell’indennità. Nel caso però, che scaduta la Naspi il lavoratore non trovi l’impiego viene introdotto, in via sperimentale, per quest’anno, l’Asdi, assegno di disoccupazione che sarà pari al 75% dell’indennità Naspi per un periodo di 6 mesi ed erogato fino ad esaurimento dei 300 milioni del fondo ad hoc. Sono arrivati anche i dati Istat sul lavoro e i numeri degli ultimi sei anni (2008-2014) sono tutt’altro che incoraggianti. Con un mercato del lavoro che sta invecchiando: oltre 1,1 milioni di over 55 occupati in più e quasi due milioni di under 35 in meno.  Tra il 2008 e il 2014 gli occupati sono diminuiti in media annua di 811.000 persone ma con grandi differenze a livello territoriale: il Sud ha perso 576.000 posti di lavoro, pari al 70% del calo complessivo mentre il Nord ne ha persi 284.000. Il Centro ha guadagnato 48.000 occupati. Il Sud ha perso l’8,9% dei suoi occupati (-3,5% la media in Italia). L’occupazione complessiva in Italia in media annua è diminuita tra il 2008 e il 2014 del 3,5% (811.000 posti) ma se al Nord si è perso il 2,38% e al Centro si è registrato un piccolo incremento (+1%), il Mezzogiorno ha perso quasi l’8,9 degli occupati dell’area (da 6.432.000 a 5.856.000). Anche l’ultimo anno che in media in Italia ha registrato un aumento di 88.000 occupati ha visto arrancare il Meridione con 45.000 occupati in meno. Il tasso di occupazione nell’area è diminuito tra il 2008 e il 2014 dal 46% al 41,8% a fronte del tasso medio italiano passato dal 58,6% al 55,7% e quello del Nord passato dal 66,9% al 64,3%. Se nel Trentino il tasso di occupazione è rimasto pressoché stabile (passato dal 68,5% al 68,3%) in Campania è passato dal 42,4% al 39,2% (appena il 27,5% nel 2014 tra le donne). Questo è quanto legato al mercato del lavoro e le potenziali possibilità offerte dall’entrata in vigore del Jobs Act. Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, come dicevamo, scommette su un solo 20% di errori o di scontenti, mentre per il leader della Uil, Carmelo Barbagallo, avverte che sarà più facile ridurre le tutele dei lavoratori e licenziare. Questa è, a detta di Barbagallo, l’unica certezza. Per ora siamo sullo start e l’unica certezza la potremo avere solo al taglio del traguardo. Il primo step operativo lo potremo avere e valutare solo a fine 2015. Restiamo in attesa.

Cocis

 

 

 

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