Iraq, presidente iraniano Rohani: “Referendum Kurdistan minaccia per stabilità e sicurezza regionale”

Il referendum per l’indipendenza della regione autonoma del Kurdistan iracheno “e’ un pericolo per la stabilita’ dell’Iraq e per la sicurezza dell’intera regione”. Lo ha dichiarato il presidente iraniano, Hassan Rohani, in una conversazione telefonica avvenuta ieri sera con il premier iracheno Haider al Abadi. “A nostro avviso, la Costituzione irachena dovrebbe essere rispettata da tutti e qualsiasi azione che sia in contrasto con la costituzione sara’ considerata illegale. Tutti dovrebbero essere consapevoli che la loro legittimita’ dura fino a quando agiscono nell’ambito della Carta costituzionale”, ha dichiarato Rohani secondo quanto riferisce l’emittente iraniana “Press Tv”. Il capo dello Stato dell’Iran ha osservato che “in questa importante questione riguardante l’Iraq” Teheran si schierera’ al fianco del governo iracheno.

Nella conversazione con Abadi, Rohani ha ricordato una precedente conversazione con l’omologo turco Recep Tayyip Erdogan, da cui e’ emerso che Ankara e Teheran condividono la medesima posizione sul loro sostegno a Baghdad nello scontro con Erbil. Tuttavia da parte sua, Rohani ha espresso la certezza che il governo e la popolazione irachena sara’ in grado di superare questa situazione come avvenuto in passato, in virtu’ della sua prudenza e saggezza. Da parte sua il premier iracheno Abadi ha sottolineato che il presidente curdo, Masoud Barzani, sta spingendo il corso degli eventi verso un nuovo confronto tra Baghdad ed Erbil rifiutando di fare un passo indietro sul referendum. Secondo il premier iracheno, Barzani “ha oltrepassato il limite” e qualsiasi risultato emergera’ dalla consultazione non verra’ mai riconosciuto dal governo federale.

Il governo iracheno ha ordinato ieri alla regione autonoma del Kurdistan iracheno di trasferire alle autorita’ federali il controllo dei valichi di frontiera e dell’aeroporto internazionale di Erbil. Secondo quanto riferisce un comunicato stampa dell’ufficio del premier Haider al Abadi, la decisione e’ stata presa ieri sera durante una riunione del Consiglio di sicurezza nazionale. Baghdad ha lanciato un appello ai paesi stranieri ad interrompere il commercio di petrolio con la regione curda e di fare riferimento all’autorita’ centrale per quanto riguarda gli aeroporti e le frontiere. Nella riunione, il Consiglio di sicurezza nazionale ha ribadito che il referendum per l’indipendenza del Kurdistan e’ incostituzionale e mette in pericolo la stabilita’ dell’Iraq. Per Baghdad la consultazione che si tiene oggi nella regione autonoma e anche nelle provincie di Kirkuk e Sinjar e’ una “misura unilaterale che non esprime alcun senso di responsabilita’ nei confronti dei partner”, ostacolando i tentativi per una ricostruzione dell’Iraq. Nell’incontro terminato ieri sera Baghdad, Abadi ha ribadito che la risoluzione delle controversie non puo’ essere raggiunta imponendo una politica de facto, ignorando gli interessi e i diritti degli altri partner del paese. “Questo meccanismo e’ superato dall’Iraq democratico, che rispetta tutte le identita’ e riconosce i suoi diritti”, si legge nel comunicato.

Per quanto riguarda la crisi economica e il problema degli stipendi, per Baghdad l’impasse “e’ un problema interno del Kurdistan” e non puo’ essere accusato il governo federale per questa situazione. “Il governo si considera responsabile di tutte le questioni legate agli interessi, alla sicurezza e al benessere dei cittadini e per migliorare la loro situazione in ogni centimetro dell’Iraq, compresi gli interessi e le aspirazioni dei cittadini curdi in Iraq”, ha sottolineato il Consiglio di sicurezza nazionale. “Ci impegneremo ad assolvere tutti i doveri costituzionali a noi affidati, in particolare difendere l’unita’ e la sovranita’ dell’Iraq e la sicurezza e la stabilita’ del suo popolo con tutti i mezzi e con i meccanismi sanciti dalla costituzione”, ha precisato il Consiglio di sicurezza.

Baghdad ha ribadito che non verranno riconosciuti i risultati del referendum. Nella nota il Consiglio di sicurezza nazionale iracheno ha precisato che la “corruzione e’ un grave flagello che ha danneggiato gli interessi del popolo iracheno, compresi gli interessi del nostro popolo in Kurdistan. Pertanto, la lotta contro la corruzione da parte di tutti, in particolare il governo federale”. Nella riunione di ieri il governo federale ha inoltre considerato di adottare misure per controllare i conti della regione del Kurdistan e dei suoi funzionari che depositano il denaro derivanti dalle esportazioni petrolifere sui loro conti. Inoltre il Consiglio di sicurezza nazionale ha disposto al procuratore generale di perseguire tutti i dipendenti statali della regione autonoma che attuano procedure a favore del referendum contrarie alle decisioni della Corte federale.

I cittadini del Kurdistan iracheno, della provincia di Kirkuk e di Sinjar, nella provincia di Ninive, sono chiamati oggi, per la prima volta dalla nascita della regione autonoma, a esprimersi sulla futura indipendenza da Baghdad, mediante referendum. Sara’ un voto consultivo dall’enorme valore simbolico, ma non avra’ effetto immediato. Il presidente curdo Masoud Barzani ha annunciato che la “secessione” da Baghdad potrebbe avvenire tra due anni. Decine di migliaia di persone hanno partecipato venerdi’ 22 settembre allo stadio di Erbil ad una grande manifestazione a favore dell’indipendenza. Il presidente Barzani, leader del Partito democratico del Kurdistan (Pdk) ha sottolineato, arringando la folla, di essere “pronto al dialogo”, ma solo dopo la consultazione popolare. Il leader curdo ha sottolineato che il referendum per l’indipendenza che si terra’ oggi “non e’ mirato a creare nuovi confini ma a sancire il nostro diritto all’indipendenza”. Il presidente curdo ha dichiarato che “chiunque voglia respingere il referendum per l’indipendenza puo’ recarsi alle urne e votare ‘no’. Noi – ha aggiunto – non possiamo vivere a fianco al governo federale di Baghdad dopo che ha violato le sue promesse”. Per Barzani il futuro sistema politico del Kurdistan “sara’ uno stato civile, federale e democratico”. Si e’ trattato dell’ultimo discorso di Barzani prima del controverso referendum.

L’Alto consiglio per il referendum ha confermato la scorsa settimana che la consultazione si terra’ come previsto, malgrado l’opposizione di Baghdad e di gran parte della comunita’ internazionale. Al termine di una riunione tenuta a Erbil, l’Alto consiglio per il referendum ha stabilito che “non esistono alternative accettabili” alla consultazione popolare. Negli ultimi giorni si sono moltiplicati gli appelli interni e internazionali per la cancellazione del referendum curdo, che anticipera’ di circa un mese le elezioni presidenziali nella regione, previste a inizio novembre. Il referendum e’ un suicidio, ha detto il leader religioso Moqtada al Sadr, rispondendo ad una lettera inviata da un sostenitore del movimento sciita iracheno. “I curdi sono fratelli nella patria. Forse non sono consapevoli del pericolo incombente” a causa del referendum, ha scritto Al Sadr. “Questo e’ il mio messaggio ai leader curdi che vogliono la separazione (dal governo federale): la vostra secessione e’ un suicidio”, ha affermato il leader sciita. Al Sadr ha invitato i leader curdi al dialogo con quelli iracheni senza minacciare la separazione.

Il premier iracheno, lo sciita Haider al Abadi, ha anche minacciato il ricorso alla forza per sedare l’eventuale caos causato dal referendum. Nell’arena internazionale, invece, dopo la Turchia, l’Iran e gli Usa, anche il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, in alcune dichiarazioni alla stampa, ha invitato le autorita’ del Kurdistan iracheno a rivedere la loro decisione, considerata “inopportuna” in un momento delicato per l’Iraq e l’intera regione mediorientale. In Europa, sia il Regno Unito che la Spagna e la Francia hanno espresso riserve riguardo al referendum anche se con toni diversi. Il governo di Madrid, infatti, alla luce della sua esperienza all’interno dei confini nazionali con il movimento secessionista catalano, ha definito “illegale” il referendum curdo, mentre Parigi ha usato un tono piu’ misurato: il ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian ha definito il referendum “un’iniziativa inappropriata”, invitando Erbil e Baghdad al dialogo.

Gli Stati Uniti e l’Ue hanno chiesto al presidente uscente della regione autonoma del Kurdistan, Masoud Barzani, e ai leader curdi di rimandare il referendum sull’indipendenza di almeno tre anni per tutelare l’integrita’ del paese. Lo ha rivelato ad “Agenzia Nova” Ibtisam al Hilali, deputata della coalizione dello Stato di diritto (sciita), sottolineando che il referendum portera’ solo “problemi” alla regione. La Hilali ha detto che invece nei prossimi tre anni “si potrebbero tenere negoziati e incontri tra funzionari di Erbil e di Baghdad per discutere diversi temi, incluso quello relativo alle entrate petrolifere, per trovare soluzioni soddisfacenti per entrambi. La Hilali ha invitato i funzionari di entrambe le amministrazioni a mantenere la calma e usare il linguaggio del dialogo, evitando divisioni e tensioni.

Gli Stati Uniti e l’Ue hanno chiesto al presidente uscente della regione autonoma del Kurdistan, Masoud Barzani, e ai leader curdi di rimandare il referendum sull’indipendenza di almeno tre anni per tutelare l’integrita’ del paese. Lo ha rivelato ad “Agenzia Nova” Ibtisam al Hilali, deputata della coalizione dello Stato di diritto (sciita), sottolineando che il referendum portera’ solo “problemi” alla regione. La Hilali ha detto che invece nei prossimi tre anni “si potrebbero tenere negoziati e incontri tra funzionari di Erbil e di Baghdad per discutere diversi temi, incluso quello relativo alle entrate petrolifere, per trovare soluzioni soddisfacenti per entrambi. La Hilali ha invitato i funzionari di entrambe le amministrazioni a mantenere la calma e usare il linguaggio del dialogo, evitando divisioni e tensioni.

Il parlamento della regione autonoma del Kurdistan iracheno ha votato venerdi’ 15 settembre a favore dell’organizzazione del referendum per l’indipendenza. Alla sessione parlamentare, la prima dall’ottobre 2015, hanno preso parte 71 deputati su 111 ed e’ stata boicottata dai partiti Gorran (movimento fondato da ex deputati del Partito democratico del Kurdistan e dell’Unione patriottica curda) e Komal (partito islamico curdo). Secondo i media curdi, 61 deputati hanno votato a favore dell’organizzazione del referendum nella regione e nelle aree contese, tra cui la provincia di Kirkuk. La votazione e’ avvenuta malgrado il parlamento federale di Baghdad abbia appoggiato la decisione di ritenere incostituzionale il referendum e abbia rimosso dal suo incarico il governatore della provincia di Kirkuk, Najmuddin Karim.

Lo scorso 18 settembre anche la Corte suprema irachena ha ordinato la sospensione del voto in attesa del pronunciamento sulla “costituzionalita’” della votazione. Secondo Baghdad e secondo diversi partiti iracheni, infatti, il ricorso al referendum sull’indipendenza non e’ previsto dalla Costituzione e rappresenta quindi una violazione della Carta fondamentale irachena. Finora gli unici a mantenere un basso profilo rispetto alla controversa decisione del Kurdistan sono stati i paesi del Golfo, anche se l’Arabia Saudita, secondo fonti anonime, avrebbe invitato i curdi a non tenere il referendum, dicendosi pronta a mediare tra Baghdad ed Erbil. Una delegazione di alto livello saudita ha incontrato sabato 16 settembre a Erbil il presidente Barzani. La delegazione, guidata da Thamer al Sabhan, ministro saudita per gli Affari del Golfo, ha detto a Barzani che il paese intende “agevolare” il dialogo tra le due parti per trovare una soluzione ai problemi pendenti.

Ad appoggiare espressamente la consultazione convocata dal governo regionale curdo e’ stato invece lo Stato di Israele. Il ministro della Giustizia israeliano, Ayelet Shaked, ha dichiarato durante una conferenza internazionale contro il terrorismo, che Israele, paese nemico del maggiore alleato di Baghdad (l’Iran), sostiene l’indipendenza dei curdi, ed in particolare nella regione autonoma del Kurdistan iracheno. “Israele e i paesi occidentali – ha detto il ministro – hanno tutto l’interesse ad assistere la nascita di uno Stato del Kurdistan. Credo che per gli Stati Uniti sia giunto il momento di sostenere tale processo”.

Secondo Eli Lake, opinionista di “Bloomberg” specializzato nelle tematiche di intelligence e sicurezza nazionale, gli Usa, anziche’ guardare al referendum come ad un problema, “dovrebbero ritenerlo un’opportunita’”: i curdi “sono una minoranza etnica che per la maggior parte ha fatto ogni cosa formalmente richiesta ai gruppi che perseguono la statualita’”, al contrario ad esempio “dei palestinesi, che hanno dilapidato miliardi di dollari in aiuti e lunghi anni di attenzione internazionale, e ancora non dispongono del tipo di istituzioni funzionali che il mondo da’ invece per scontate a Erbil”. Esiste un paio di altre differenze fondamentali tra i curdi e gli arabi palestinesi, prosegue l’opinionista: poiche’ i primi non sono arabi, la loro causa “non ha mai ottenuto il sostegno degli Stati arabi nella regione”. E Israele “non ha mai commesso (contro i palestinesi, ndr) lo stesso tipo di crimini di guerra su larga scala che Saddam Hussein e i governi turchi hanno invece commesso contro i curdi”. Questi ultimi, inoltre, “non accampano alcuna rivendicazione su Baghdad”, mentre Gerusalemme e’ rivendicata tanto dagli israeliani quanto dai palestinesi.

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