Intervista a Silvio Peroni, regista di ‘The Aliens’ in scena al Brancaccino di Roma fino a domani, 12 novembre

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, l’intervista di Roberto Staglianò a Silvio Peroni, regista di ‘The Aliens’ in scena al Brancaccino di Roma fino al 12 novembre:

 

Silvio Peroni è nato a Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova e ha un piacevole accento tranquillo del nord. Abbiamo poco tempo per fare l’intervista, siamo in una veranda sul terrazzo del Brancaccio, c’è il rumore martellante delle gocce di pioggia che proviene da fuori, le persone che si muovono intorno, ma è un caos calmo. Parla fumando con grazia una sigaretta che si spegne di continuo, risponde in modo gentile e con molta disponibilità alle mie domande su ‘Men In the Cities’ e ‘The Aliens’, quest’ultimo spettacolo sarà in scena fino al 12 novembre al Brancaccino di Roma.

E’ un regista che esordisce a 22 anni e questo significa avere le idee chiare, quella stessa sicurezza emerge nelle sue risposte, già dal momento in cui guardandomi dritto negli occhi e rifiutando anticipazioni, afferma di preferire le domande a sorpresa.  Negli anni ha realizzato la regia di spettacoli, diretto attori e attrici importanti, curato la direzione artistica di festival e rassegne ma ciò che colpisce di lui è una sorta di disciplina interiore nella ricerca delle tipologie dei contenuti e dei testi da rappresentare, la concordanza nel mantenere costante una relazione di onestà intellettuale, sviluppando un’attenzione ed entrando in empatia con gli attori e con i suoi interlocutori.

Cita senza presunzione Ronconi, Checov, Joyce, Shakespeare attivando tutti i sensori della mia curiosità e la mia concentrazione è aumentata di un tono per cogliere tutto ciò che è in sottotraccia. I pensieri e le parole che mi offre discretamente sono precise immagini della sua personalità e della sua arte. Con una premura sottintesa mi aveva suggerito di assistere al monologo interpretato da Giulio Forges Davanzati, utile per comprendere la sua regia che non è ‘estetica’ ma un lavoro sui contenuti, sugli aspetti più profondi dell’essere umano.

Avevo già deciso di vedere ‘Men In The Cities’ al Teatro Belli, prima di vedere ‘The Aliens’ ed era stata una felice intuizione la mia. Quella sera uscendo dal teatro ho ritrovato un po’ dell’amata Londra tra i vicoli di Trastevere mentre un gruppo di camerieri svuotavano sacchi neri gonfi di materiali e rifiuti, due coppie chic di hipster barcollavano ubriachi e degli artisti di strada afro assemblavano oggetti con un sottofondo dub anni’90.

Durante l’intervista una serafica risolutezza mi rivela che il lavoro del regista non può nascondersi dietro alla forma ed effettivamente ‘Men in The Cities’  è un teatro vuoto e nero come le unghie smaltate del narratore-attore, un microfono, un gioco sapiente di riflettori e qualche inserto sonoro-acustico. Niente più.  L’opera di Chris Goode, con la regia di Peroni è stata inserita nel programma di Trend, rassegna giunta al sedicesimo anno di vita sulla drammaturgia contemporanea inglese curata da Rodolfo di Giammarco.  La sua trama è un intreccio di tante storie al maschile, fotografie istantanee, vissute, sviscerate, intrappolate in una Londra suburbana che è dura e frenetica. Un flusso di parole che investe e travolge con la forza combinata di tre elementi imprescindibili: una regia rigorosa, a disposizione di un testo che contiene ritmo narrativo e dettagli, quasi quanti ne conteneva il primo David Leavitt nel suo ‘Ballo Di Famiglia’, raccontata nel migliore dei modi attraverso la voce e il corpo dell’unico attore con centomila sfaccettature.

Analogamente ‘The Aliens’, opera del 2010 di Annie Baker che ha ricevuto riconoscimenti e premi nell’ Off-Broadway, racconta una storia ricca di tanti frammenti istantanei e lunghi silenzi. Tocca una problematica contemporanea, nella quale ogni lettore-spettatore potrebbe riconoscersi e gli elementi di simmetria tra le due rappresentazioni teatrali sono la forza del testo e il tema dell’alienazione e dei rapporti umani.

‘The Aliens’ è uno dei tanti nomi che KJ (Giovanni Arezzo) e Jasper (Jacopo Venturiero) avevano dato al loro gruppo musicale nella scialba provincia del Vermont. I due passano tutto il giorno nel retro di un locale, bivaccano parlando di musica, suonando e cantando vecchie canzoni, bevendo e fumando tra discorsi, pause e ricordi del passato. Quando arriva e si inserisce tra loro Evan (Francesco Russo), cameriere diciassettenne educato, old-style in confronto a Jasper e KJ, la sua sensibilità increspa la routine quotidiana e, ben presto, gli eventi lo porteranno alla sua repentina crescita e maturazione. In fondo c’è un residuo tragico di maledizione in ogni anima logora e malridotta. Si trovi nella periferia americana o in quella londinese, non c’è nulla di più attuale e vicino a noi che il senso di sconfitta e di abbandono.

Intervista:

Cosa ha mosso l’elaborazione e lo sviluppo di questo duplice progetto ‘Men In The Cities’ e ‘The Aliens’?

Il progetto è duplice perché sono entrati questi incastri nei teatri romani. The Aliens ce l’avevamo da marzo dell’anno scorso e su Milano avevo fatto un doppio progetto, due spettacoli di Annie Baker, The Flick e The Aliens, in due teatri diversi, nati come un progetto su di lei. A me piace tanto il modo in cui Annie Baker scrive. Lei scrive in un modo, è stato detto tante volte, che confrontarla a Cechov non le facciamo né un torto né un favore. Ha una modalità di scrittura, Una capacità di vedere, di leggere la vita sia oralmente che attraverso i silenzi. Il tempo che scorre sul palcoscenico è molto similare a quello della vita. Il mio percorso è quello di cominciare a vedere il teatro non come strumento di intrattenimento, né come strumento di esercizio meramente estetico. Mi piace cercare di lavorare molto nei contenuti, cercare di riprodurre delle cose che poi viviamo nella vita, gli aspetti più profondi dell’essere umano.  ‘Men in the Cities’ è stato invece un testo che mi è stato commissionato e accettato. Non mi capita spesso, di solito sono abbastanza radicale nella scelta dei testi, quando me l’hanno proposto i produttori conoscevano il mio lavoro quindi sono andati abbastanza sul sicuro. Nel momento successivo l’ho letto, mi è piaciuto molto, poteva essere un testo che avrei potuto scegliere e quindi lo considero a tutti gli effetti un testo scelto da me. E’ un testo che, già il titolo stesso lo dice, parla di umanità, della sua variegazione e soprattutto, come nei testi di Cechov, di come l’umano si inserisce in un contesto, in un consorzio, come reagisce questo mondo che lo circonda e quali sono i suoi obiettivi le sue aspettative i propri conflitti e tutto ciò che come esseri umani dobbiamo ogni giorno cercare di conoscere e migliorare.

La sua non è una ‘regia estetica’, quali sono i suoi riferimenti e le sue impronte personali che hanno caratterizzato il suo lavoro fino ad oggi?

Riferimenti non ne ho, non penso di averne. Significa cioè che ho visto lavori di tanti registi italiani, molto distanti da me, Ronconi stesso. Il processo per arrivare a un certo tipo di utilizzo del linguaggio di Ronconi è molto intelligente, riusciva a sublimare il linguaggio della vita quotidiana. Se dovessi pensare a dei riferimenti, non ne ho mai avuti. Ho avuto tante fasi di studio ma non ho avuto riferimenti da emulare.  Un lavoro che a me piace molto fare è cercare di essere molto onesto. Innanzitutto anche scoprire qualcosa di me e far scoprire qualcosa agli attori. Solitamente tutti i testi qualcosa di me lo dicono sempre e lo scopro dopo, non inizialmente. Penso che ad un   artista, regista o attore, non gli è chiesta la critica. A volte l’aspetto fraudolento del teatro è quando un regista o un attore si approcciano razionalmente a un testo. Invece, paradossalmente, noi viviamo la nostra vita per i nove decimi attraverso l’irrazionale, attraverso le vibrazioni del sensibile che, secondo me, dovrebbe essere l’aspetto propriamente artistico. Una volta che sento che un testo mi parla, poi pian piano scopro anche che parla effettivamente qualcosa di mio e che probabilmente io stesso non conoscevo. Mi piace questo aspetto dell’onestà, la scelta delle tipologie di testi, ad esempio ‘The Aliens’, penso di aver vissuto, durante la mia vita, momenti come vivono i ragazzi sul palco. Come in ‘Men in the Cities’, lì ci sono tanti uomini, tanti aspetti di un’umanità ed è chiaro che qualcosa chiunque la riconosce, Una cosa molto interessante è la prima lettura. Io cerco di arrivare e prepararmi molto bene alla prima lettura di un testo, di creare delle condizioni. Cerco di spegnere i telefoni, di isolarmi, di solito io leggo sempre qualcos’altro anche una paginetta dell’Ulisse di Joyce mi aiuta a sviluppare un’attenzione, un certo tipo di ‘cominciare ad entrare in empatia con le cose’ perché Ulisse di Joyce è molto impegnativo. Faccio quello sforzo per mettermi in una condizione di lettura e cerco di vedere quali sono le prime immagini che mi dà il testo, non cerco di imporre mai un immaginario, un qualcosa a priori. Cerco sempre di capire che cosa mi sta dando il testo.  Poi, per buona parte delle prove cerco di allontanarmi e capisco invece, alla fine, che le prime visioni del testo, la prima immaginazione, quella più sincera, era quella più corretta. Era proprio quella che conteneva quell’aspetto di inconsapevolezza artistica e, quindi, comincio a lavorare su quello.

In che modo si sviluppa la sinergia e l’interazione tra il pensiero del regista e l’azione dell’attore?

Innanzitutto a me piace conoscere gli attori. Una delle maggiori prerogative per me è proprio l’umanità dell’essere umano, riuscire a carpire gli esseri umani che lavorano con me, grande disponibilità anche alla fatica, perché penso che sia necessaria. Siamo dei fortunati a fare questo lavoro, fare il teatro, e non va sottovalutato. Per meritarci qualcosa dobbiamo fare molta più fatica pensando che c’è gente effettivamente che ha un lavoro che magari non piace e fatica quotidianamente. Noi dobbiamo fare il doppio della fatica per rispettare il resto della popolazione umana che non fa questo lavoro. Quindi innanzitutto cerco di conoscere la persona. Quando ci sono tante stratificazioni del lavoro con l’attore che passano e partono anche da un lavoro logico di ciò che sto dicendo, di significati primari, fino a delle parti emotive, è chiaro che se un testo racconta qualcosa che è grande, per forza chiunque l’ha vissuto. Anche nell’estremo, il desiderio suicida, omicida ad esempio, lo abbiamo avuto tutti. Anche la più grande tragedia di Shakespeare comunque è molto affine all’essere umano, ai suoi misteri. Il fatto è scavare nella nostra memoria che è uditiva visiva cinetica nel senso muscolare, possiamo tutti trovare delle similitudini con i grandi eroi tragici ma anche con i semplici esseri umani come appunto in ‘Men in the Cities’, in ‘The Aliens’ o come in Checov, semplici esseri umani che dentro hanno quell’enorme forza vitale che poi ci guida tutti: l’amore le passioni. Le vere passioni, i sentimenti, comunque tutti li abbiamo vissuti in questo caleidoscopio di affreschi che siamo noi come esseri umani, piccoli puzzle di tanti elementi.

Quanto è importante e funzionale al suo lavoro di regista lo spazio, che tipo di ricerca e di valore simbolico hanno le unghie smaltate di nero in Men In The Cities o gli elementi scenografici in generale?

Io cerco sempre di essere molto essenziale Il teatro si è sempre basato sullo scambio di immagini che esiste fra ciò che viene raccontato sul palco e la fantasia dello spettatore, In ‘The Aliens’ ci sono proprio dei riferimenti molto naturalistici, anche a livello scenografico però nella maggior parte dei miei spettacoli precedenti non ho mai avuto nulla. Cerco sempre di togliere tutto, perché penso che se, dopo un certo tipo di lavoro, l’attore, riesce a ‘vedere’ il luogo, lo spazio in qualsiasi dramma è fondamentale. Vuol dire che certe ambientazioni shakespeariane sono necessarie allo sviluppo dell’opera: nell’Otello i personaggi sono molto probabilmente in un canale di Venezia. Romeo e Giulietta si concluderebbe se non ci fosse il balcone, lo spazio necessario. Il fantasma del padre di Amleto… perché capita proprio a quella guardia che sta in quel terreno nel territorio di nessuno dove dentro c’è un castello e fuori c’è un infinito. Gli spazi sono sempre fondamentali. Credo anche se l’attore ha chiaro dove agisce, in che luogo agisce, lo è anche per lo spettatore perché si sta sviluppando questo tipo di vibrazione creativa di scambio continuo tra attore e spettatore. Le unghie sono smaltate di nero da un lato perché c’è comunque un aspetto molto oscuro anche della sessualità del narratore, dell’autore narratore. Una sessualità che viene fuori, in ‘Men In The Cities’, continuamente come se ci fosse un terrorista interiore che uccide effettivamente la capacità di essere ciò che siamo veramente. Le unghie smaltate di nero danno subito questo aspetto molto oscuro. Dall’altro parte c’è anche il creare questa ambiguità del narratore, un’ambiguità dove c’è comunque un piccolo disequilibrio: sono vestito bene tutto intero però ho comunque questo segno di dolore di stranezza di ambiguità che non risolve pienamente il mio essere. Per quanto riguarda le scenografie non sono assolutamente contro il loro utilizzo, penso che non possa essere un escamotage cioè, soprattutto il regista non si può nascondere dietro ad una scenografia. I contenuti non si possono nascondere dietro la forma. Tutto ciò che non è necessario e indispensabile alla narrazione cerco di escluderlo. A volte, invece, proprio attraverso il conflitto dei personaggi, vedi appunto quelli shakespeariani, come doveva essere il teatro all’epoca, privo di scenografie, il pubblico viveva il castello della Danimarca era lì, viveva dove l’attore lo portava, Viveva la tempesta del vivere. Infatti Shakespeare gioca molto, anche nel linguaggio usato nella scrittura, su questa ambiguità fra tempesta interiore e tempesta come agente atmosferico, questo continuo connubio incrocio nel Re Lear tra ciò che accade fuori e ciò che accade dentro. Non si può dimenticare che il conflitto interno questa tempesta interna del protagonista è dentro un contesto, dentro uno spazio che è quello della tempesta che lo circonda.

‘Men In The Cities’ è una riflessione spietata sul maschile. Nell’allestimento del monologo di Chris Goode, il contesto di riferimento gay dei protagonisti è funzionale al voler mettere in scena una discussione più equilibrata sulla crisi del maschio in generale, per non cadere nel cliché del maschio alfa?

Sicuramente il testo è molto intimo per l’autore e il vero conflitto che l’autore mette in gioco è anche la sua sessualità, il rapporto con il padre, l’accettazione, sotto un certo punto di vista, della sua sessualità. Non l’accettazione come individuo, quanto l’accettazione della morale; anche se pensiamo di vivere in un contesto civile che ha superato certi tabù, non è del tutto vero. Interiormente, sicuramente c’è questo grosso conflitto tutto al maschile, l’incapacità effettiva di esprimersi. Ci sono personaggi come il vecchio settantenne ex militare, eterosessuale, sposato per 40 anni …che cosa non ha mai dimostrato effettivamente di sé?  In ‘Men in the Cities’ nulla è più isolante di una città, la città diventa un luogo di solitudine. Che cosa nascondiamo dentro di noi?  Dall’eterosessuale all’omosessuale, chiunque sia, soprattutto adesso in questa condizione in cui a volte anche a livello consumistico-pubblicitario l’uomo è più sott’occhio paradossalmente della donna, i messaggi che ci arrivano sembrano un certo tipo di standardizzazione fisica dell’uomo. Dal punto di vista maschile dentro di noi tutti abbiamo un conflitto e in questo conflitto, spesso e volentieri dettato anche da questa funzione di maschio alfa, nascondiamo i nostri veri desideri, la nostra effettiva capacità di amare e molto spesso l’eterosessuale non riesce pienamente a dimostrare ciò che lui prova. E’ lo stesso per certi altri conflitti che nascono dall’ aspetto omosessuale, certi vincoli alla società, anche il desiderio di avere dei figli. C’è una battuta che dice: ‘Non si trasforma in niente, in niente di significativo’. La coscienza di non poter trasformare un amore con un’altra persona dello stesso sesso in una effettiva famiglia, in qualcosa che è di più, è sempre un grosso conflitto di non espressione di se stessi.

Roberto Staglianò.

 

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